Club Dogo e Dr Alban

Scritto da Lollodj Lunedì, 25 Giugno , 2007 alle 01:38

No, i Club Dogo non sono anni 90, ma Akille segnala che il loro ultimo singolo è costruito sul campione di No Coke di Dr Alban.
In effetti il campione è palese, anche se il pezzo è del 1990, e nel sound (e nel video) è ancora chiara l’influenza fine anni 80 (tipo Snap per intenderci).
Ringrazio comunque Akille per avermi fatto scoprire questa canzone che io sinceramente non conoscevo, Dr Alban lo avrei conosciuto più tardi, nel 1992, con la sua hit Hit’s My Life, pezzo dance tamarrissimo che io schifavo preso com’ero da metal e grunge.
E a proposito di anni 90 che tornano, che ne pensate della reunion delle Spice Girls?

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Categorie: news e aggiornamenti

21 giugno

Scritto da Lollodj Giovedì, 21 Giugno , 2007 alle 16:16

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Categorie: citazioni

Working Class (Green) Day

Scritto da Lollodj Mercoledì, 20 Giugno , 2007 alle 09:52

Torna uno dei miei gruppi preferiti degli anni 90, uno dei pochi ad esserne uscito con classe, anzi addirittura migliorato.
A parte che il progetto di Amnesty International e sponsorizzato da MTV di raccolta fondi per il Darfour è asolutamente encomiabile.
A parte che la tracklist del tributo a John Lennon è stupefacente, dagli A-ah agli U2, dai Duran Duran a Regina Spector ai Postal Service (peccato solo per Imagine rifatta da Avril Lavigne).

La cover di Working Class Hero dei Green Day è da brivido, accompagnata inoltre da un video che è un pugno nello stomaco.

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Categorie: news e aggiornamenti

Rassegna stampa #1

Scritto da Lollodj Lunedì, 18 Giugno , 2007 alle 14:32

Con i tempi che mi sono usuali (cioè in un ritardo mostruoso) segnalo dal numero di giugno di Rolling Stone un paio di chicche anni 90 da non perdere:

Chris Cornell: una bella e malinconica intervista in cui parla del suo nuovo disco solista, della sua vita, della fine degli Audioslave.

Nine Inch Nails: Trent Reznor racconta il futuro come lo vede lui: nero, drogato, apocalittico.
Roba da chiudersi in casa…

Pearl Jam: 5 giorni in tour con Eddie Vedder, le confessioni dell’unico ragazzo grunge invecchiato con stile.

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Categorie: news e aggiornamenti

Alternative Music

Scritto da Lollodj Lunedì, 11 Giugno , 2007 alle 15:16

Alternative rock, mai nella vita due parole mi hanno provocato sentimenti tanto contrastanti come alternative Rock.
Ogni decennio è caratterizzato da uno stile musicale, d’accordo, ma la musica degli anni 90 aveva qualcosa di particolare, qualcosa che fu frettolosamente descritto con questa grande ma vuota parola, “alternative”.
Alternativo poi a cosa, in fondo nessuno lo ha mai capito.
Io avrei utilizzato una espressione molto più semplice e diretta: musica intelligente, o ancora più semplicemente, bella.
Musica che affondava le radici nelle ceneri del punk americano, morto di fatto già nel 1982, ma che contaminò come un fall out radioattivo tutta la nascente scena underground, che, esaurita la furia politica ed iconoclasta tipica soprattutto del punk californiano, continuò a svilupparne le tematiche nichiliste, l’estetica controcorrente e l’attitudine all’autoproduzione e al controllo creativo totale sul prodotto finale, anche a discapito di un maggior successo commerciale.
Erano gli anni del post punk, degli eterei Pixies, dei pesantissimi e monumentali Melvins, dei carismatici Sonic Youth, degli sperimentali Dinosaurs Jr, relegati ai circuiti uderground di appassionati e alle college radio, mentre sui grandi network, su MTV, e nelle arene, si consumavano gli ultimi patetici eccessi dell’hair metal, dei fuseaux rosa, del glam più ridicolo e ormai ridotto a un circo burlesque.
Fu un ragazzino biondo (e dannatamente figo) cresciuto nei dintorni di Seattle a cambiare la storia.
Amico di lunga data dei Melvins, cresciuto nella Seattle della crisi economica e delle disillusioni, Kurt Cobain riversò come moltissimi adolescenti nel mondo, la sua rabbia in musica, cercando di scrivere canzoni che avessero “la melodia dei Pixies e l’energia dei Ramones” (come ebbe modo di dire più tardi), creando i Nirvana.
Dopo qualche demo e l’album Bleach prodotto dalla Sub Pop (ancora oggi etichetta culto di Seattle), nel 1991 Kurt e soci vennero arruolati dalla Geffen (che insieme ad altre major teneva d’occhio da tempo la scena), pronti a lanciare l’album Nevermind.
Dirà il sig. Geffen in persona, qualche mese prima: “prevediamo che l’album venda come l’ultimo dei Sonic Youth: 200.000 copie sarà un buon risultato, 300.000 un successo”.
L’album venderà, in pochi mesi, 21 milioni di copie.

Quello che accadde in quei mesi lontani fu straordinario, tanto da rendere straordinario l’intero decennio; una intera generazione di capelli cotonati, spandex, glam, coretti ed eccessi, cessò semplicemente di esistere.
Forse il pubblico aprì finalmente gli occhi e vide la tristezza e lo squallore di quel mondo, dopo che per anni era stato indottrinato a farselo piacere, a fingere credere che quello fosse il migliore dei mondi possibili.
E invece no, purtroppo questo mondo è ben lungi dall’essere perfetto, e quei nuovi gruppi, quegli artisti in anfibi e camicioni a quadri, cominciarono semplicemente a dircelo, a gridarcelo.
I gruppi alternative cantavano di sentimenti profondi, di amicizia vera, di dolore, di illusioni e fallimenti, di amore, tradimenti, nichilismo totale, frustrazioni esistenziali, scarsa fiducia nel futuro, vuoto completo di significato dell’esistenza, rabbia troppo a lungo repressa.
Molti gruppi vennero tirati fuori dall’anonimato, si coniò il termine grunge (su cui torneremo), le radio commerciali si riempiono di Pearl Jam, Smashing Pumpkins, Radiohead, Stone Temple Pilots, Alice in Chains.
Erano gli anni del Lollapalooza e del Warped tour, si tornò a parlare di musica colta, di profondità dei testi, di impegno sociale e politico, di vivere veramente il proprio spessore artistico senza finzioni o recite.
C’era in giro insomma un sacco di gran bella musica, per chi amava il rock ovviamente (per gli altri c’erano i Take That), che si chiamasse poi alternative, indie, grunge o post punk o post rock o post qualunque-cosa-vi-venga-in-mente non mi interessava un gran che, anche perché continuare a chiamare “alternative” o “underground” gruppi da 10 milioni di copie vendute e tour mondiali cominciava a essere ridicolo, al di la delle facili etichette da scaffale del supermercato.
In realtà la maggior parte dei gruppi realmente alternativi restarono nell’ombra in cui si trovavano nel 1989, magari felici di vendere qualche copia in più ma senza la necessità di diventare star mondiali.
Dopo il grunge e la tragica fucilata che ne decretò la fine, venne il momento di gruppi meno nichilisti ma ugualmente validi, dai Therapy? ai Girls vs. Boys, dai Green Day (si, anche loro!) agli Screaming Trees, dalle L7 ai Foo Fighters.

Come spesso accade a ogni ricambio generazionale, ben pochi di loro superarono vivi il decennio, umiliati ora anche da un revival anni 80 che oramai sfiora lo squallore, mentre il pop disimpegnato ha ripreso possesso delle charts e dei palinsesti radiotelevisivi.
Di loro mi restano tanti ottimi album che occupano la maggior parte del mio armadio porta cd, e canzoni stupende cui ho legato momenti bellissimi e intensi.
Questo fa la differenza, emozioni non convenzionali vissute grazie a un momento magico, unico, della musica e della cultura rock, che per un attimo, un breve attimo come negli anni70, sembrò prendere il sopravvento su quella pop.

Per intenderci, dalla fine degli anni 90 gli Stati Uniti hanno smesso di produrre musica accettabile, parlo specialmente del rock, e se si escludono pochi casi isolati, sono comunque ormai incapaci di organizzare una vera scena.
Il rock è tornato ad essere british, seguendo un unico ininterrotto flusso che va dai Beatles agli Artic Monkeys, e che negli anni 90 aveva i volti e le frangette di due fratelli di Manchester… ma questa è una storia che racconteremo la prossima volta.


Come, as you are. As you were.
As I want you to be. As a friend.
As a friend. As an old enemy. Take your time.
Hurry up. The choice is yours. Don’t be late.
Take a rest. As a friend. As a old memory, memory, memory, memory…”Come as you are”, Nirvana


La musica ha seguito un’evoluzione sostanzialmente senza spessore negli ultimi 50 anni. La gente arriva, fa qualcosa di veramente figo e diverso, tutti li copiano, l’originale viene diluito, distorto, ed infine ciò che è diluito nella maggior parte dei casi ottiene più successo di ciò da cui è derivato. Ed io in un certo senso pensavo che la scena alternativa sarebbe stata diversa: pensavamo ‘Il mondo nuovo!’. Per questo è una strana sensazione competere con gli imitatori. Non era sempre facile competere con i Nirvana, e certamente non era una gran cosa vivere nella loro ombra a quel tempo. Ma almeno c’era di che sentirsi onorati. Noi abbiamo sempre rispettato l’idea che fossero una grande band, come anche i Pearl Jam.Billy Corgan

“1979″, Smashing Pumpkins



“Old friend”, Rancid

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Categorie: musica e suoni

Generazione-X

Scritto da Lollodj Venerdì, 8 Giugno , 2007 alle 00:55

Nel post precedente accennavo ai losers, a quella genenerazione-X diventata famosa grazie a un racconto di Douglas Coupland.
Lascio la parola a Piero Scaruffi, poeta storico e libero pensatore (come ama definirsi), dal cui bellissimo sito ho “rubato” (spero non me ne voglia) questa bella descrizione della generazione che ha caratterizzato gli ultimi 20 anni del secolo ma che proprio nella prima metà degli anni 90 ha avuto la sua consacrazione.


Alle spalle dei “baby boomers” e’ passata del tutto inosservata, considerata poco piu’ che un incidente di percorso, la “tredicesima” generazione americana (secondo un sistema convenzionale di contare le generazioni): quella dei giovani nati fra il 1961 e il 1981.
Sono stati ironicamente battezzati “baby busters”, sottintendendo piu’ di un semplice antagonismo demografico, oppure “Generation X”, un’espressione resa celebre dall’omonimo libro di Douglas Coupland, ad indicare una generazione senza identita’, senza nulla di rilevante da dire.
La loro non e’ auto-commiserazione, e’ una forma di impotente rassegnazione al proprio destino universale di “sconfitti”. Ed e’ anche, ovviamente, un modo per esorcizzare quel destino.
Se negli anni ‘60 la frattura generazionale fra i baby boomers e i loro genitori (la cosiddetta “silent generation”) fu un fatto violento, che rimise in discussione l’intero sistema di valori dello stile di vita americano, oggi quella fra baby boomers e baby busters e’ un fatto molto piu’ subdolo, ma non meno traumatico e non meno ricco di conseguenze. In una parola l’atteggiamento dei baby busters verso i loro predecessori e’ di disprezzo.
I baby busters stanno crescendo in un mondo che e’ ossessionato a livelli di paranoia collettiva da valori come: la pace, l’ambientalismo, il ritorno ai valori tradizionali, la spiritualita’ , l’ottimismo. Sono sottoprodotti dei baby boomers, che crescendo hanno trasformato le proprie origini libertarie e fabbricato una industria di valori ideologici a proprio uso e consumo.
[…]
Se la generazione dei baby boomers era cresciuta in pieno boom economico con il massimo delle aspettative, la generazione X sta crescendo in piena recessione con il minimo delle aspettative: il problema non e’ piu’ quello di diventare un altro Bill Gates, e’ quello semplicemente di trovare almeno un posto di lavoro come commesso al negozio sotto casa. Il loro mondo e’ un mondo afflitto dalla pestilenza dell’AIDS , dall’inquinamento, dal buco dell’ozono, dal debito pubblico , dalla droga , dagli omicidi , tutti problemi lasciati alle loro spalle dai baby boomers.
[…]
Il grosso della cultura dei baby boomers di oggi e’ ispirato alla filosofia del “new traditionalism”, ovvero un ritorno ai valori tradizionali ma salvaguardando le conquiste sociali, economiche e tecnologiche che sono state rese possibili rinnegando quei valori. E’ il terzo voltafaccia di quella generazione, gia’ passata, come scrisse Todd Gitlin, dal “je accuse” allo jacuzzi (ovvero dal periodo hippie a quello yuppie), ed ora pervenuta a un’illuminazione di stampo ascetico con la new age.
Per i baby busters tutto cio’ sa di ipocrita, di futile e di vanesio.
[…]
I baby busters hanno imparato che i loro genitori sono in realta’ dei “nebbies” (”negative-equity boomers”), ovvero che i loro debiti superano i loro averi e che pertanto loro, i figli, passeranno la vita a ripagare quei debiti. La vita che i loro genitori stanno costruendo per loro e’ “ovviamente” sempre peggiore, sempre piu’ violenta e sempre piu’ povera; inoltre i genitori sono spesso uno solo, nel senso che maternita’ senza matrimonio e divorzi hanno reso i baby busters orfani dalla nascita, privati persino del bisogno piu’ elementare, quello della famiglia. I baby boomers potevano lamentarsi di tutto nei confronti della societa’, ma se non altro erano cresciuti in una famiglia; i baby busters spesso non hanno neppure una vera famiglia.
Nulla di cio’ che stanno facendo i baby boomers puo’ indurre all’ottimismo i baby busters. Persino l’etica apparentemente immacolata dei baby boomers di oggi presenta dei risvolti che la fanno sembrare pericolosamente neo-puritana e fondamentalista: l’idea di punire duramente chi inquina, chi non paga le tasse, chi commette qualsiasi crimine (le nuove battaglie di quella generazione, adesso che deve proteggere la propria esistenza borghese) mira certamente a costruire una societa’ piu’ giusta, ma rischia di tradursi in una sorta di societa’ “orwelliana”, e a sperimentarlo saranno loro, i baby busters.
[…]
La “generazione X” si sfoga indulgendo in rituali per soli adolescenti, ora quelli dei cyberpunk , ora quelli delle street gang , ora quelli del teppismo fine a se stesso.
I baby boomers crebbero nel mondo migliore che si potesse immaginare, fatto di famiglie perfette, scuole perfette, servizi sociali perfetti, comunita’ perfette.
[…]
Negli anni ‘60 la societa’ privilegiava le famiglie con bambini, negli anni ‘80 li penalizzava: sono stati sospesi molti dei finanziamenti alle scuole, non esistono piu’ molti programmi per la gioventu’ ed e’ prassi comune di tutti gli stabili per bene di non ammettere famiglie con bambini in tenera eta’ (perche’ fanno rumore e sporcano). E, per i baby boomers che oggi vanno al potere, i loro figli sono innanzitutto un problema.
[…]
Dopo essere stati abbandonati dai propri genitori, i baby busters vengono a malapena sopportati come un problema da risolvere.
Se e’ sempre esistito il dubbio che quella generazione fosse stata soltanto un grande bluff, nessuno lo ha capito meglio dei baby busters. Nella letteratura gnomica dei baby busters tutto cio’ di cui i baby boomers si vantano (dalla rivoluzione sessuale al rock and roll, dai diritti civili al boom economico) viene analizzato e rivisto in chiave critica, smascherando falsi miti ed effetti disastrosi.
[…]
Richard Linklater ha riassunto l’atteggiamento dei baby busters con il termine “aggressive nonparticipation”, che ben rende l’idea di questa generazione disgustata dal mondo in cui deve vivere ma al tempo stessa privata (per tante ragioni) della motivazione a cambiarlo.
Nel 1990 la percentuale di suicidi di ragazzi fra gli undici e i quindici anni aumenta dell’11.7% rispetto all’anno precedente. E’ il piu’ grande incremento di tutti i tempi. La “nonparticipation” e’ arrivata all’ultimo stadio.
Copyright by Piero Scaruffi

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Categorie: un po' di storia

Clerks

Scritto da Lollodj Venerdì, 1 Giugno , 2007 alle 14:26

Clerks (Commessi), U.S.A. 1994
Regia di Kevin Smith
Con Brian O’Halloran, Jeff Anderson, Marilyn Ghigliotti, Lisa Spoonhauer, Jason Mewes, Kevin Smith.


Parlare di Clerks è come parlare della mia vita.
Mi è stato facile, vedendolo per la prima volta, immedesimarmi nello sfigato e succube Dante, commesso di negozio 22enne e universitario fallito.
Io ne avevo 21, lavoravo in un negozio ed ero universitario fallito, fu amore a prima vista.
Come nessun altro questo film rappresenta le frustrazioni, le ambizioni fallite, le ansie e le paranoie di una generazione che si trova a vivere sui i rottami di quella grande bolla ormai esplosa che furono gli anni 80.
Opera prima a budget molto basso (meno di 30.000 dollari) di Kevin Smith, questo piccolo capolavoro in bianco e nero (che fa molto essay ma che in realtà è servito a tagliare i costi di fotografia e montaggio) arricchito da una colonna sonora fantastica, sale subito al rango di culto grazie all’ottima accoglienza ottenuta al Sundance Festival e a Cannes, cosa che può sembrare incredibile per un film giovanile, sboccato e sfacciatamente volgare.
E invece la semplice narrazione di una giornata di Dante e Randall, commessi di periferia e vicini di lavoro, ha saputo catalizzare una intera generazione che in loro si è riconosciuta.
Goffo timido e debole (oltre che parecchio sfortunato) il primo, arrogante finto “cool” e irrimediabilmente sfigato il secondo.
Due veri “losers”, due perdenti senza futuro, tormentati da clienti impazziti, spacciatori maldestri, metallari russi, fidanzate pedanti ed ex fidanzate sexy, film porno dai titoli assurdi e anziani onanisti.
Fin qui potrebbe sembrare la versione grunge di American Pie o Porky’s, ma in realtà il film centra perfettamente gli umori di quei perdenti che si erano illusi, crollati gli ideali di plastica del decennio precedente, di poter davvero contare qualcosa, ma che si ritrovano invece di fronte la triste realtà: la scomparsa dei paninari non li ha resi fighi e vincenti, sono rimasti i soliti sfigati.
Una verità che tra una risata e l’altra affiora tra le scene del film, e in qualche modo trasforma un’apparente commedia in una tragedia dolce-amara .
Vedere la ragazza di Dante che lo molla dopo aver scoperto un maldestro tentativo di tradimento, ci riporta alla dura realtà dove il tradimento è roba per duri dal cuore di ghiaccio, mentre se sei un perdente ti farai beccare e finirai picchiato, quindi lascia perdere.
A Dante non resta che la rassegnazione e l’umiliazione, l’ennesima subita in una vita che gli impedisce di alzare la testa al di sopra della mediocrità, e che ti sbatte in faccia ogni momento le regole: i vincenti comandano, i perdenti piangono.
Accanto a lui resta Randall, il migliore amico di sempre, perché per fortuna ci sono persone e sentimenti che sopravvivono a tutto, persino alle umiliazioni e alle sconfitte.
In fondo anche i Red Hot Chili Peppers cantavano proprio in quegli anni

My friends are so depressed
I feel the question
Of your loneliness
Confide… `cause Ill be on your side
You know I will, you know I will



Del film è stato fatto un seguito uscito nel 2006, che, anche se perde le atmosfere del primo film, ne mantiene in buona parte lo spirito e conclude degnamente (e positivamente) le avventure dei due commessi più famosi del cinema.

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Categorie: film

Attenzione!

Fare parte della Generazione X non significa essere sfigati. Vuole dire essere in linea con i tempi, con le mode e con i fatti. Implica attenzione, una buona dose di stoicismo, una predisposizione naturale per la disillusione e il sole messicano, e, the last but not the least, la capacità di pensare quotidianamente a una vita diversa.