Scritto da admin Sabato, 30 Agosto , 2008 alle 10:00
Spesso, pensando ai miei anni 90, mi ritrovo a soffermarmi sulla loro fine, come sulla fine di ciò che in quegli anni ho amato. Persino rileggendo il post sui Temperer mi sono accorto di avere, nelle ultime righe, celebrato in qualche modo la “fine” del fenomeno eurodance. Che volete, sono fatto così, una vaga vena di malinconia, una specie di saudade in salsa piemontese, mi attraversa da sempre. Ed ecco che ricordando i Pantera non riesco a non pensare alla loro fine, a quei cinque colpi di pistola che hanno messo fine alla vita di uno dei migliori musicisti del decennio.
Gli anni 90 per il metal sono stati eccezionali, anni in cui il genere ha osato, sperimentato, flirtato con l’elettronica e le contaminazioni. Non a caso il metal classico in quegli anni era decisamente in disparte. E i Pantera sono stati senza dubbio tra i migliori protagonisti di quella stagione, ridando vita a un genere (il trash) che ormai si dava per morto. Molto di questo si deve, oltre che alla potente voce di Phil Anselmo, agli straordinari riff di Dimebag Darrel, al secolo Darrell Lance Abbott; uno dei più grandi, o forse il più grande riff maker nella storia della musica dura.
Uno che prendeva a piene mani dai ritmi sudisti, trasformado le tarantelle texane (Walk ne è uno splendido esempio) in un muro di suoni impressionante, senza correre ai 1000 all’ora o senza eccedere negli estremi del brutal/death. Basta ascoltare l’attacco di quel capolavoro che è “Vulgar display of power” (1992) per rendersene conto: un suono che ancora oggi, dopo ben 16 anni, è incredibilmente attuale e dà un sacco di onesta merda a tanti metallozzi odierni. La dimostrazione di cosa possa fare un vero musicista innamorato del suo lavoro, e dotato di cuore, tecnica, e un rispetto immenso verso i suoi fan.
Poi, dopo altri due album di ottimo livello, arrivarono le tensioni, la tossicodipendenza di Anselmo, i progetti paralleli, e l’inevitabile split, nel 2003. Dimebag Darrel è morto l’anno dopo (l’otto dicembre, come John Lennon) come ogni musicista degno di questo nome vorrebbe morire: sul palco, imbracciando la sua chitarra. Ucciso (insieme ad altre tre persone) da un un folle in circostanze mai chiarite (l’assassino venne a sua volta abbattuto da un poliziotto con un nome da American Pie 12: Niggermeyer). Con quel gesto folle l’assassino ha consegnato Dimebag alla storia, e al mito. Ma ci ha portato via un artista che avrebbe potuto darci ancora tanto. E invece dobbiamo tenerci Fratello Metallo.
Scritto da Lollodj Mercoledì, 20 Agosto , 2008 alle 10:00
Carissimi Verve, “Bitter sweet simphony” è stato, volenti o nolenti, uno dei maggiori inni pop degli anni 90 (non a caso l’album era Urban Hymns), e nemmeno canzoni come “Drugs don’t work” o “Sonnet” o “Lucky man” erano poi male. Gli anni sono passati, i ‘90 sono finiti, ed ecco che belli belli avete deciso di tornare dicendovi che in fondo se tornano REM e Oasis perchè non dovreste tornare anche voi? Ve lo dico io perchè, cari Verve: perchè avete avuto il culo di inanellare una manciata di belle canzoni in un momento in cui il vostro genere andava di gran moda, con un cantante carismatico e una bella storia strappalacrime di split e riunioni che fa tanto artista tormentato. Ma guardate in faccia la realtà: siete e sarete sempre un mediocre gruppo pop, e questo nuovo Forth (a proposito, bello il widget qui sopra) mi pare che faccia proprio schifo, come quella roba imbarazzante che avete scelto come nuovo singolo.
Insomma, se mi passate la boutade, le vostre nuove canzoni mancano proprio di verve, di quella spinta generazionale che dieci anni fa avete sapientemente cavalcato, ma non creato. Ovvio quindi che oggi, nell’anno di grazia 2008, senza quell’onda alle spalle suoniate vuoti come campane stonate. Mi spiace, facevate prima a restare a casa nelle vostre belle case nello Yorkshire o nell’Essex o nel Sussex, che tanto ho l’impressione che di voi non si parlerà ancora per molto.
Scritto da admin Lunedì, 18 Agosto , 2008 alle 10:00
A volte, assolutamente a random, una selezione delle migliori(???) tumblerate direttamente dal Mirabolante Universo di Mondo Lollo (così avete di che leggere in questo lento agosto):
Scritto da Lollodj Venerdì, 15 Agosto , 2008 alle 10:00
I Bran Van 3000, l’assurdo collettivo post hippy canadese che ha aperto la strada agli immensi Broken Social Scene e agli Arcade Fire. Un ensamble di rocker, dj, rapper e artisti che nell’estate del 1998 sfondò le classifiche con questa “Drinking in LA“, summa di trip-hop, soul, rap, techno; un brano che, come ha detto qualcuno “fa crescere i bambini e sentire più puri i grandi”. Il brano da relax definitivo, la colonna sonora ideale per ogni momento di grazia. Perfetta quindi per augurare a tutti una buona estate. Io porto il mio modesto culo in Salento, ci risentiamo a settembre.
Ps. ho schedulato qualche post, tipo letture da spiaggia per chi resta o è già tornato, quindi il blog sarà vivo anche senza di me. Ma niente sudoku, mi spiace.
Scritto da Lollodj Lunedì, 11 Agosto , 2008 alle 15:18
“Feel it” dei Tamperer (alias Mario Fargetta e Alex Farolfi, insieme alla cantante/ragazza immagine Maya) è uno di quei pezzi dance che non ti dimentichi. Anno 1998, secondo brano italiano a toccare il top della classifica inglese (il primo, per la cronaca, fu “Tarzan boy” di Baltimora, sic!). Con questa canzone i due produttori, ancora oggi accasati a Radio dj, si sono assicurati la pensione, anche se a dire il vero il brano è un remix di “Can you feel it” dei Jackson Five. Oh yeah, potete vedere il video originale più sotto.
Quell’anno lavoravo in radio, una piccola radio locale con programmazione non particolarmente vivace, e il singolo era arrivato puntuale con preghiera di alta rotazione. Lo passavo controvoglia (ho già detto che all’epoca l’eurodance la odiavo? Si, vero?) finchè una telefonata dal mio “agente” a Londra mi informò del delirio: a quanto pare, nei club, appena partivano le campane si scatenava la follia, era il brano di punta del momento, la canzone riempipista, e tutti cominciarono a sbrodolarsi in lodi all’italica musica che conquistava il mondo a colpi di cassa dritta bla bla bla.
Storie di vita, eh? Il gruppo comunque pubblicò altri sue singoli (che si piazzarono alla posizione 3 e 6 della Uk charts, mica bruscoli) prima di dedicarsi ad altro. L’anno dopo gli Eiffel 65 riportarono la dance italiana nel mondo, ma furono gli ultimi fuochi, l’ideale e glorioso finale di una stagione - nel bene e nel male - indimenticabile. (Read more…)
Scritto da Lollodj Lunedì, 4 Agosto , 2008 alle 16:24
La notizia del probabile scioglimento degli Slayer mi ha colpito come una mazza nella schiena. No, gli Slayer non sono per un cazzo anni 90 (hanno esordito insieme ad Anthrax e Metallica nel 1983, un grande anno per il metal), anche se nei 90 hanno pubblicato uno dei loro capolavori, quel Divine intervention che ancora oggi erutta spesso dalle casse del mio stereo iPod. Agli Slayer ci sono affezionato, ed è difficile spiegare ogni volta il perchè a chi mi guarda come per dire “ma a 33 anni ascolti ancora ’sta roba?”. Si, l’ascolto eccome. Perchè sono bravi. Perchè sono cattivi. Perchè sono veloci, e io adoro la musica veloce. E perchè gli Slayer sono stati il primo[1] concerto “vero” cui ho assistito, nell’anno di grazia 1994. 25 novembre, per l’esattezza (grazie al database di Slayerized), al Palatrussardi (oggi Pala-scrivete-qui-qualunque-cosa).
Il primo concerto è una roba che non dimentichi più, tipo la prima sega o quando perdi la verginità. Con l’incoscienza di un pischello da oratorio (quello che all’epoca ero, in fondo) affrontai quel viaggio che ancora ricordo con toni epici. Lo zainetto coi panini stile gita della scuola, la prima fila ai cancelli, la prima perquisizione, l’impatto con il palazzetto gremito; l’odore di fumo e sudore, il vociare, le birre tragicamente care, i capannelli di amici-per-una-sera intenti a scambiarsi vino, birre e canne, e l’attesa passata a parlare di musica, solo ed esclusivamente di musica.
Ecco, quello fu il primo di una lunga serie di grandi concerti. Ormai ho perso il conto, ma ogni volta che devo rievocare un concerto i miei ricordi vanno a quella sera. Perchè la prima volta che fai qualcosa il ricordo ti resta fisso, pietrificato nelle pieghe del cervello. Poi con il passare del tempo tutto diventa un già visto, si innescano automatismi che chiami sprezzamente “esperienza”, cominci a perderti quei particolari che in fondo fanno la differenza. Diventa routine, e la routine è la morte di qualunque attività umana. Amore compreso.
Forse per questo sono e resto un giovanilista convinto. Perchè i giovani d’oggi saranno anche tutti delle teste di cazzo. Ma lo dicevano anche di noi. E perchè i giovanissimi hanno la rara opportunità di vivere l’emozione della vita, quando tutto è nuovo, tutto sembra bello e ti trasmette emozioni fortissime, senza farsi tanti problemi. Mentre guardando la noia e la rassegnazione negli occhi di chi ha la mia età (ma anche meno, a volte) provo un grande senso di tristezza.
E’ solo invidia chiaramente, lo so. Si chiama sindrome di Peter Pan, credo. Ma sto divagando. Tornando a quella sera, il concerto ovviamente fu fantastico: fui talmente ingenuo da spingermi persino in prima fila. Peccato che la serata fosse aperta dai Machine Head, sinceri e bravi cloni dei Pantera di cui conservo ancora il cd d’esordio Burn my eyes. Via le luci, “un dos tre… go!” Un minuto dopo ero in fondo al palazzetto, pesto e dolorante. Quello era pogo? Ma pogare non voleva dire “saltellare”? No, quella era roba da uomini, mica fratello metallo!
Fare parte della Generazione X non significa essere sfigati. Vuole dire essere in linea con i tempi, con le mode e con i fatti. Implica attenzione, una buona dose di stoicismo, una predisposizione naturale per la disillusione e il sole messicano, e, the last but not the least, la capacità di pensare quotidianamente a una vita diversa.