Scritto da admin Mercoledì, 28 Maggio , 2008 alle 13:30
I Weezer sono bravi, lo sono sempre stati, soprattutto quando la parola emo significava qualcosa di diverso dai Tokio Hotel. Sono sempre stati bravi a confezionare grandi album come Pinkerton o il Green Album, ma anche singoli spacca classifica come Buddy Holly, Beverly Hills e questa nuova Pork&Beans. Peccato che l’idea del video non sia niente di speciale, ormai Youtube non è più una novità. Ma quando il gruppo di River Cuomo vuole piazzarsi in classifica, lo fa sempre con classe. Sarà la mia canzone estiva del 2008.
Scritto da Lollodj Venerdì, 2 Maggio , 2008 alle 02:27
E così è tornato anche il Piero con il suo nuovo dischetto. Wow, è proprio quello che mancava alla musica italiana. Una divertente analisi del fenomeno Pelù l’ha fatta Federico con questo post, che mi ha anche fatto tornare in mente uno dei dischi più imbarazzanti dei miei anni novanta: Terremoto, anno 1993.
Ora, dovete provare a mettervi nei panni di un sedicenne che ascolta rock e metal, ovviamente esclusivamente in inglese, che si trova in mano un disco come El Diablo. Vago riferimento satanista, testi scritti appositamente per ggiovani adolescenti ribelli ma quelli del tipo “no mamma non torno a mezzanotte, ma a mezzanotte e mezza o l’una perchè sono troooppo un ribelle!”. Quella gioventù li insomma. Ecco forse a quell’età testi come
Giro di notte con le anime perse
Sì della famiglia io sono il ribelle
Tu vendimi l’anima e ti mando alle stelle
E il paradiso è un’astuta bugia
oppure
Qualcuno ci ha provato
Gli ho detto vaffanculo
Tu da qui non mi allontanerai
A quell’età, dicevo, testi del genere scritti in rima baciata sembravano l’apoteosi dell’anarchia, l’incitamento alla rivoluzione totale definitiva che avrebbe trasformato il mondo in un parco giochi per adolescenti metallozzi. Voglio dire, c’era pure la parola con la “V” in una canzone, troppo punk, finalmente anche l’Italia aveva i suoi Black Sabbath (lo giuro, è quello che io e molti altri pensavamo!).
E poi uscì Terremoto. Molte cose mi fanno vergognare ancora oggi di aver tanto atteso e ascoltato quel disco: ad esempio l’aforisma alla fine di Prima guardia (“trasforma il tuo fucile in un gesto più civile”), uno slogan buttato lì senza nessun senso e appiccicato in fondo alla canzone in tempo per poter dire “siamo trooooppo pacifisti noi”. Oppure la copertina, una patetica imitazione del logo dei Metallica che in quegli anni per noi wannabe metallari erano un gradino sopra Dio (mi pareva una garanzia di qualità e invece era solo un tristissimo plagio).
Insomma, proprio non mi spiego come un gruppo così mediocre possa essere diventato un culto, con Pelù ancora oggi riverito e rispettato. Certo, in un paese dove Vasco e la Nannini sono considerati rocker duri, i Litfiba con il loro campionario di luoghi comuni e un goccio di distorsione in più sulle chitarre sembravano i Cradle of filth. Con i successivi album passarono poi a un rockettino italico più tradizionale (da loro definito “brit rock”: ma vaffanculo, va!).
Il resto è storia recente: il litigio con Ghigo Renzulli (”uno dei migliori chirtarristi italiani”… ROTFL!) e lo scioglimento. Strano che in questi anni di reunion non siano ancora tornati insieme per un bel tour celebrativo, magari negli stadi, magari insieme a quell’altro “rocker” invecchiato male di Ligabue. Cos’è, Elio deve farvi un’altra canzone per convincervi?
Scritto da Lollodj Giovedì, 17 Aprile , 2008 alle 11:51
Eccoli qua gli Ace of Base con la loro canzone più famosa. Voglio dire, chi viaggia ormai sopra i 27-28 anni non può non ricordarsela, usciva da ogni angolo in continuazione. Considerato uno dei maggiori gruppi dance del decennio per via dei molti remix che andavano in disco, in realtà gli Ace erano un raffinato gruppo pop a base di reggae e dub, anche se più avanti si arresero all’evidenza tamarrizzandosi un po’ e lanciandosi direttamente nello scintillante mondo delle discoteche.
Io me li ricordo molto, molto volentieri per un motivo molto semplice: nel 93 feci 18 anni! Insomma, quando ascolto All that she wants mi tornano subito in mente i banchi della quarta superiore, l’aula della scuola guida, le prime uscite in macchina, la terrificante visita di leva e, signore e signori, il mirabolante ingresso nel mondo del sesso… quello vero insomma, quello fatto in due! Si lo so, un po’ in ritardo ma cercate di capirmi, ero un giovane wannabe metallaro non proprio molto sexy: ero appena passato dai 90 ai 60 kg (miracoli dell’età dello sviluppo) e le ragazze cominciavano solo allora a guardarmi senza fare strane facce schifate.
Ma a parte la nostalgia, non rimpiango per niente i miei 18 anni. Ora, a quell’età magari in Svezia vivi già da solo ma da noi sei ancora considerato un bambino, a parte il tempo libero in abbondanza non è che fosse poi così una figata avere 18 anni in una cittadina di provincia.
Comunque sia, perchè tutto questo? Perchè gli Ace of Base, rimasti in 3, stanno per tornare, d’altronde questo è l’anno degli anni 90, giusto? Tornano anche se in realtà non si sono mai fermati: sono sempre rimasti in tour in posti un po’ miserabili (Ucraina, Russia, posti così) vivendo di rendita delle cose più vecchie. Ora però hanno in cantiere la pubblicazione in grande stile del remix di Wheel of fortune, un tour mondiale e nel 2009 un nuovo album di inediti. Perfetto, non resta che aspettare anche gli Snap e i Culture Beat e siamo pronti per il ritorno dell’eurodance.
Scritto da Lollodj Giovedì, 10 Aprile , 2008 alle 16:34
E così sono già passati 14 anni dalla morte di Kurt, volati via, in un attimo. L’uomo che distrusse gli anni 80, al di là di patetici revival o di onesti recuperi delle cose migliori, uno dei pochi artisti veri della scena rock. Vero perché con quel colpo di fucile dimostrò al mondo che non c’era finzione, non c’era un personaggio Kurt Cobain: lui era così, prendere o lasciare. Oggi può sembrare una cosa ovvia ma a 17 anni, abituato ai grandi mestieranti della musica (eravamo pur sempre appena usciti dagli 80), la cosa mi fece girare la testa. Certo, Janis e Ian, ma erano altre generazioni, il modello dell’epoca per me era Axel Rose!
All’epoca non feci nemmeno molto caso alla notizia, in fondo nel rock morire giovani faceva parte del gioco, live fast and die young, giusto? Sulle prime pensai a un’overdose. C’era appena stata Roma e pensai che fosse solo questione di tempo, presto il rock avrebbe avuto il suo ennesimo martire.
Ora, qui nella provincia della provincia dell’impero, non è che si sapesse molto di grunge, alternative, neoesistenzialismo. Sapevamo che improvvisamente la scena californiana era scomparsa: capelli cotonati, fuseaux, canotte leopardate, assoli e urlettini froci, tutto finito.
Di Curt invece sapevamo che era sposato con Courtney Love, che aveva una figlia, roba da tabloid insomma. Poca roba, difatti per anni mi fu difficile inquadrare i Nirvana in una categoria ben definita. Trasmetteva brividi strani, c’era qualcosa di meraviglioso in lui che non afferravo, ma non mi fidavo. Poi finalmente la notizia: suicidio. E questo cambiava tutto, se Kurt fu vittima di un eccesso fu unicamente un eccesso di emozioni e improvvisamente tutto mi apparve chiaro.
Kurt Cobain era nato in un paesino vicino a Seattle, uno squallido borgo industriale dove nascere era una specie di maledizione. Il futuro offriva poche possibilità: fare l’operaio o il commesso di un drugstore, fuggire, impazzire. Provò a fuggire con la sua musica, ma quel mostro dentro di lui non lo mollava. Forse cercava solo l’affetto che non riuscì mai ad avere, una donna sincera, qualche buon amico. Le cose che volevano tutti i ragazzi del mondo insomma, come noi, ma essere una rockstar non aiutava di certo. La Love, beh, lasciamo stare, e quando il tuo conto in banca supera i 6 zeri diventa difficile distinguere gli amici dagli stronzi.
Era un ragazzo solo, come spesso si sentono soli gli adolescenti. Parlava la nostra lingua, ci diceva “fanculo ai posers e al glamour, se nasci nel posto sbagliato, nel modo sbagliato, con i genitori sbagliati, la vita può fare schifo davvero”. Altri lo seguivano a ruota, ma lui quello spleen poco romantico e molto postmoderno lo sentiva davvero. A 17 anni come a 20, come a 26. Fu il segreto del suo successo, ma anche anche la sua maledizione.
Crescendo ovviamente ho superato certe forme di depressione adolescenziale: ora ho un lavoro perfetto una casetta perfetta, una fidanzata perfetta. Tutto perfetto, di una perfezione inquietante che forse in fondo non ho mai desiserato. Sarà per questo che certe sere, magari al freddo nel cuore dell’inverno, prima di dormire mi trovo ancora a canticchiare
I’m not like them
But I can pretend
The sun is gone
But I have a light
The day is done
But I’m having fun
I think I’m dumb
or maybe just happy
Kurt morì solo, come aveva sempre vissuto. Ci ha lasciato le sue canzoni e quell’unplugged stupendo che MTV passa ancora regolarmente almeno un paio di volte al mese, a tarda notte. A volte la telecamera lo inquadra vicino. Sorride e lì, mentre suona le sue canzoni, sembra quasi felice.
Sono in molti a chiedersi per quanto riuscirà ad andare avanti il servizio prima di essere chiuso. E da stamattina il firewall aziendale blocca il dominio Muxtape, dice che è categorizzato come malicious. Brutto segno.
Scritto da Lollodj Mercoledì, 2 Aprile , 2008 alle 15:55
Già, stanno uscendo tante di quelle cose che stare dietro a tutto è impossibile. E la parte più difficile è proprio riuscire a filtrare, a selezionare cosa ascoltare con attenzione e cosa archiviare, di cosa parlare con gli amici al bar e di cosa legarsi al cuore. L’overdose è sempre dietro l’angolo, bisogna stare attenti. Comunque sia, provate a immaginare cosa significhi, per uno che ha un blog sugli anni 90, parlare (si, parlare, non ho la pretesa di recensire) dei nuovi album di REM e Moby: è come tornare in chiesa dopo tanti anni e, annusando l’antico l’odore di incenso, chiudere gli occhi e ritornare un po’ bambino ai tempi del catechismo, del vin santo, delle vesti da chirichetto, dei canti in latino… ma ora andiamo:
Succede spesso che un gruppo rock, crescendo, perda l’entusiasmo della gioventù, sedendosi sugli allori della gloria di un tempo. Brani lenti, atmosfere intimiste… in due parole: una palla. Beh, chiariamoci subito, non è il caso dei REM, che dopo vent’anni di carriera hanno ancora voglia di alzare volume e distorsione e di fare un grande album. La freschezza di questo Accelerate è incredibile, è evidente che il gruppo di Stipe ha ancora voglia di divertirsi e divertire, quasi come una band agli esordi. Non tradiscono, anzi si evolvono e in meglio. Non è tutto oro ovviamente, e tra le undici tracce non ritrovo le splendide sensazioni di Man on the moon o Losing my religion, ma va bene così, i miracoli riescono solo una volta. Mi spiace che a qualche splendido quarantenne questo disco non sia piaciuto, ma non tutti i 30-something hanno voglia di ballate acustiche sulla giovinezza perduta. Che si fotta Ligabue con le sue lagne, i REM sono tornati, evviva i REM!
Onestamente: pensavo peggio. Disco Lies mi era sembrata così moscia da farmi pensare a un Moby ormai disincantato e annoiato, ma sono bastate le prime note di sinth di Ooh yeah e 257.Zero per farmi ricredere. Certo, non è il Moby dei rave di Animal right o di quel colpo di genio di Play. Ma non è neanche l’imbarazzante Hotel con i suoi coretti da jingle pubblicitario. Moby dimostra di sapersi ancora divertire, e non nasconde di essere cresciuto. Ormai ha 42 anni, è ben inserito nella bella società un po’ chic di NY, ma evidentemente il sedere sul dancefloor ha ancora voglia di muoverlo. Non rinnega nemmeno i suoi inizi, come dimostra il brano Everyday is 1989, e proprio l’abbondanza di sintetizzatori farà felici gli amanti e, perché no, i reduci di quegli anni. Resta però un album morbido, raffinato, che non disturba, l’ideale dall’aperitivo del martedì alla serata del sabato; anche se i teenager di oggi il sabato preferiranno andarci giù duro con i Justice. Anche per questo probabilmente Last Night non rimarrà nella storia, ma grazie lo stesso Richard, ci hai regalato comunque un gran disco.
PS: Se vi interessa, ma solo se vi interessa eh, ho scritto una recensione più seriosa e approfondita su Soundsblog.
Scritto da Lollodj Mercoledì, 2 Aprile , 2008 alle 10:58
Venerdì scorso finalmente ero al concerto degli Editors a Milano. Sono riuscito a entrare, insieme alla mia dolce metà, nonostante il cartello “sold out” piazzato sotto il naso a pochi metri dal botteghino. Trovi sempre qualcuno con dei biglietti in più da far fuori, e in culo anche al bagarino e ai suoi 50 euro per un biglietto. Concerto stupendo, ovviamente, ma più che la musica mi hanno colpito un paio di particolari:
L’età media piuttosto alta, diciamo over 26, e molte teste brizzolate (a cui, purtroppo, si sta rapidamente aggiungendo anche la mia). Evidentemente gli orfani di Joy Division e New Order hanno ancora fame di musica.
Nonostante nelle foto e nei video cerchino di apparire grandi dandosi un tono, sul palco i ragazzi del gruppo (e in particolare Tom Smith) sembrano veramente giovanissimi. Smith, poi, si muove sul palco con la sicurezza e l’arroganza di chi sta in giro per l’Europa da un anno e mezzo facendo ovunque il tutto esaurito: qualcosa mi dice che lo vedremo presto impegnato come solista.
Ottima la scelta di aprire con Camera (video) e di mischiare sapientemente i brani dei due album, invece di snocciolare banalmente i singoli di An end has a start. Pirotecnica la chiusura con Racing rats e Smoking outside…
Vorrei capire cos’è successo ai fonici negli ultimi dieci anni: ancora nel 98 era possibila andare a un concerto al Forum, pagando 40/50.000 lire, e sentire un gruppo terrificante con dei suoni da oratorio. Ora invece anche ai concerti minori i suoni sono sempre perfetti, e i gruppi non sbagliano niente. E’ una cosa che avevo già notato con i Bloc Party. Ottimo, direi.
Verso metà concerto la mia dolce consorte, che pure non è a digiuno di musica, mi guarda e mi fa “mi ricordano un po’ i REM, un po’ i Van Halen, e un po’ i Dire Straits”. I Van Halen. Ma si, l’amo anche per questo!!!
Scritto da Lollodj Venerdì, 28 Marzo , 2008 alle 10:27
Sono davvero contento che i Crows siano tornati (dopo le ultime deludenti cose) con un disco che onestamente è bello, che contiene un paio di capolavori di musica pop (You Can’t Count, Come Around), ed è magistralmente diviso tra rumorose schitarrate rock (la prima parte dell’album, il sabato notte prodotto da Gil Norton) e delicate ballad (la domenica mattina, prodotta da Brian Deck). Dovrò ascoltarlo ancora un po’ prima di dare un giudizio definitivo, ma una cosa è certa: grazie a questo album i Crows non saranno ricordati solo per il Sig. Jones. Certo fa uno strano effetto vedere Adam Duritz così invecchiato nel video. Ok, il tempo passa per tutti, ovvio: ma lui mi pare invecchiato parecchio male.
L’arcano si svela grazie a una lunga intervista pubblicata da Rolling Stone USA, in cui Duritz parla dei suoi ultimi difficili anni. Tra una cosa e l’altra, racconta della sua convivenza con una bella neolaureata di Berkley (convivenza casta, la sta solo aiutando a superare la morte della madre… mah!), dei suoi dread tragicamente finti (il suo manager gli propose di rasarsi a zero, ma Duritz rifiutò non volendo assomigliare a uno skinhead), e dei suoi problemi mentali. Un disordine dissociativo della personalità, accompagnato da depressione che, curato male, lo portò a pesare oltre 110Kg. Ora è guarito, ma mi sembrano evidenti i segni lasciati sul suo viso e sul suo fisico.
Scritto da Lollodj Mercoledì, 26 Marzo , 2008 alle 18:05
Non è nel mio carattere tirarmela o vantarmi di qualcosa, anzi, il mio più grande difetto è proprio una profonda, decisamente troppo profonda umiltà, anche nelle cose in cui so (e lo so, fidatevi) essere bravo. Tipo capirci qualcosa di musica. Dico questo perchè non voglio fare la figura del fighetto che se la tira, ma dopo 17 anni di passione, di ascolti, di concerti, qualcosina di musica ci capirò, per Dio!
E resto ancora piacevolmente sorpreso nel trovare piccole conferme a quello che penso, che scrivo. Roba normale direte voi, ma a me, che resto una persona umilissima, fa sempre un certo effetto scoprire di avere ragione. Come quando, in questo post su Moby, scrivevo “[…] senti, sta Disco Lies sembra carina, ma è la musica che suoneresti ad un aperitivo di frocetti metrosexual prima di andare a mangiare sushi sulla 5th avenue.” Ebbene, cosa ti va a dichiarare proprio il buon Richard a MTV?
Moby descrive “Last Night” come un concept album: una colonna sonora che descrive una notte di divertimenti nel suo amato quartiere newyorkese di Lower East Side. “Ci sono così tanti bar e club in questo quartiere che hai la tentazione sempre fuori la porta di casa tua”.
Scritto da Lollodj Mercoledì, 19 Marzo , 2008 alle 12:26
Abbiamo dovuto aspettare solo undici anni, ma alla fine i Portishead sono tornati. Senza preavviso, lunedì sera, è apparso sul loro sito ufficiale il video di Machine Gun: ho smanettato un po’ con uno sniffer e la cache di Windows, e ora il video ce lo possiamo vedere anche qui. Almeno finchè non lo rimuovono, ma spero di averlo mimetizzato bene.
Ammetto che preferivo di gran lunga i Massive Attack, anche se Dummy lo ascolto ancora oggi volentieri, soprattutto nei giorni di pioggia a novembre. Già Portishead l’ho ascoltato molto meno; invece questa Machine Gun non sembra male e l’album, quel Third in uscita il 28 di aprile, promette bene. Speriamo.
Fare parte della Generazione X non significa essere sfigati. Vuole dire essere in linea con i tempi, con le mode e con i fatti. Implica attenzione, una buona dose di stoicismo, una predisposizione naturale per la disillusione e il sole messicano, e, the last but not the least, la capacità di pensare quotidianamente a una vita diversa.