Preparate le cassettine

Scritto da Lollodj Giovedì, 5 Giugno , 2008 alle 10:36

radiodeejay_logo.jpg

Era nell’aria già da un po’ e se ne parlava con sempre più insistenza (ad esempio qui, o qui e anche qui). E quando stamattina dalla radiosveglia è arrivato l’annuncio ufficiale sono sobbalzato, uscendo bruscamente dal dolce torpore del dormiveglia mattutino, beatamente cullato dal rumore della pioggia sul tetto (la Petit Maison è pur sempre una mansarda).

da lunedì 9 giugno torna il Deejay Time con Albertino, nella sua storica collocazione delle 14

Evidentemente il successo della puntata speciale amarcord del dicembre scorso ha convinto i dirigenti (ovvero Linus) a riesumare uno dei programmi più importanti della radiofonia italiana degli ultimi 20 anni. Il Deejay Time e la Deejay Parade, andati in onda ininterrottamente dal 1988 al 2004, erano la bibbia incontrastata della dance italiana, e in qualche misura anche europea. Da li arrivarono in Italia la house music e l’hip hop, e nella sua forma classica, dal 1991, la dance. Qualche passaggio nel programma di Albertino garantiva a un brano il successo immediato e la gloria nelle megadiscoteche della riviera romagnola che di fatto avevano un rapporto quasi simbiotico con il programma.

I tempi sono parecchio cambiati, e lo stesso Albertino ha più volte affermato che il Deejay Time morì per un semplice motivo: la dance come la conoscevamo negli anni 90 non esisteva più, punto, e ancora adesso nelle discoteche commerciali si balla una roba indefinita chiamata - appunto - commerciale. Non sono riuscito per ora a trovare altri dettagli su questo ritorno, anche se la programmazione estiva fa presupporre che prenderà la piega del revival, un classico dei tappabuchi estivi. Chissà se poi decideranno di continuare, mentre io continuo a chiedermi: con quale musica? A me un Deejay Time con Justice, Digitalism, Calvin Harris e compagnia proprio non dispiacerebbe. Ma non credo che prenderà mai quella direzione, una scena del genere ha bisogno per sua natura di musica usa e getta. Staremo a vedere, intanto io mi preparo: passata la prima puntata, asciugata una lacrimuccia, sarò in prima linea pronto a urlare “basta con questa musica di merda, vogliamo il rock!!!”. Corsi e ricorsi, la storia capirà.  

Commenti (9)

Categorie: Cose d'oggi, musica e suoni, un po' di storia

Jack Frusciante è rientrato nel gruppo

Scritto da Lollodj Giovedì, 8 Maggio , 2008 alle 21:00

jack2.jpg Si, è vero, sto parlando troppo di musica e questo in fondo non vuole essere un blog esclusivamente musicale. Certo la musica è l’arte che conosco meglio in assoluto e forse resta la più indicativa per comprendere lo spirito di un tempo e di una generazione. Ma gli anni 90 furono una vera fucina di creatività in ogni campo. Prendete ad esempio i libri. Io ero innamorato di tre autori in particolare: Aldo Nove, Giuseppe Culicchia e Niccolò Ammaniti, la triade dei cannibali (insieme alla Santacroce, che intanto si è fritta completamente il cervello). Ma il libro in assoluto più famoso del decennio è un altro, e alzi la mano chi non l’ha mai letto (lo sapevo, non siete in molti): Jack Frusciante è uscito dal gruppo, romanzo d’esordio di un giovanissimo Enrico Brizzi.

Il libro (ma si che ve lo ricordate) narra delle avventure post adolescenziali di Alex, giovane bolognese innamorato di Adelaide (per tutti Aidi, e poi non lamentatevi di Babi e Step), amore ovviamente tormentato. Ci si mette di mezzo anche Martino, lo stronzetto che in fondo vuole solo le attenzioni che i genitori ricchi non gli hanno mai dato e che finirà per tirarsi un colpo in testa (vera fissa giovanilista fin dai tempi del giovane Holden, vero Bianconi?) dopo aver scritto una struggente (e pallosissima) lettera proprio ad Alex.

Abbiamo quindi tutti gli elementi: il giovane bolognese intelligente e profondo di famiglia piccolo borghese, la bella ragazzina mora e “dai modi un po’ francesi” che legge poesie (praticamente l’archetipo della sbarbina colta anni 90), il duro alternativo dal cuore di panna ribelle ma miliardario. Tutta l’estetica narrativa di quegli anni può essere riassunta in questi tre personaggi.

Anche lo stile di scrittura è tipico del periodo. Brizzi usa quella prosa “ggiovane” che, in pratica, significa buttare punteggiatura a caso e ignorare completamente la consecutio temporum (soprattutto nei mitici “flussi di coscienza”), infarcendo il tutto di citazioni pop – cartoni animati, canzoni punk, robe così (secondo una mia classificazione rigorosa, questo genere di scrittura è detto “alla cazzo di cane”, ma nei 90 andava di moda e va da sé che pure i futuristi - dio li abbia in gloria - volevano sconvolgere le regole sintattiche, ma almeno avevano un metodo).

Dunque è scritto non particolarmente bene e con personaggi stereotipati. Quindi? Quindi, alla fine, il libro non è poi male. Si, è rivolto a un pubblico giovane ed essendo all’epoca giovane anche l’autore non può non contenere delle ingenuità pazzesche. Ma l’idea di fondo, lo spunto di un John (Jack) Frusciante che molla i Red Hot nel loro massimo momento di gloria come metafora dell’uscita da un sistema di convenzioni borghesi e di piccole ritualità familiari, ecco, questo ha del genio.

Ovvio che se letto ora, a 30 anni, tutte quelle ingenuità vengono fuori. Eppure non posso non avere un moto di simpatia verso il giovane Alex, spaccato perfetto della gioventù di quegli anni e quindi anche di me.

Oggi il paragone più semplice che mi viene in mente è con Tre metri sopra il cielo, ed è un paragone disarmante. Se infatti in Jack la storia d’amore fa solo da sfondo al tormento interiore dei protagonisti, il libro di Moccia si risolve in un romanzo rosa, un harmony per ragazzetti. Ed è questo che in fondo mi manca di più degli anni 90, il succo (marcio?) dei racconti di Coupland, di Culicchia, di Hornby, di Welsh, e anche in quelli in salsa teen di Brizzi e De Carlo: La profondità, la voglia di cercare e inseguire una vita diversa, la critica dell’esistente con tutte le sue contraddizioni, senza contare le innumerevoli citazioni anche importanti. Chissà se i ragazzi di oggi hanno qualcosa di simile, o se nel nome del tremontismo stanno per arrendersi a un conformismo opaco.

Nel 1996 del libro è stato tratto l’immancabile film, che ha garantito la ricchezza all’autore e la fama a Violante Placido e Stefano Accorsi, con una colonna sonora grandiosa. Di Brizzi invece è appena uscito un nuovo libro, L’inattesa piega degli eventi. Argomento serio, il ragazzo è cresciuto e può darsi che dopo tanti anni riprenderò in mano un suo lavoro. Da La svastica sul sole in poi, la fantapolitica mi ha sempre affascinato.

 Ah, già, qui sotto qualche cimelio.

(Read more…)

Commenti (20)

Categorie: Libri, un po' di storia

Litfiba, tornate insieme! (ma anche no…)

Scritto da Lollodj Venerdì, 2 Maggio , 2008 alle 02:27

litfiba_terremoto.jpgE così è tornato anche il Piero con il suo nuovo dischetto. Wow, è proprio quello che mancava alla musica italiana. Una divertente analisi del fenomeno Pelù l’ha fatta Federico con questo post, che mi ha anche fatto tornare in mente uno dei dischi più imbarazzanti dei miei anni novanta: Terremoto, anno 1993.

Ora, dovete provare a mettervi nei panni di un sedicenne che ascolta rock e metal, ovviamente esclusivamente in inglese, che si trova in mano un disco come El Diablo. Vago riferimento satanista, testi scritti appositamente per ggiovani adolescenti ribelli ma quelli del tipo “no mamma non torno a mezzanotte, ma a mezzanotte e mezza o l’una perchè sono troooppo un ribelle!”. Quella gioventù li insomma. Ecco forse a quell’età testi come

Giro di notte con le anime perse
Sì della famiglia io sono il ribelle
Tu vendimi l’anima e ti mando alle stelle
E il paradiso è un’astuta bugia

oppure

Qualcuno ci ha provato
Gli ho detto vaffanculo
Tu da qui non mi allontanerai

A quell’età, dicevo, testi del genere scritti in rima baciata sembravano l’apoteosi dell’anarchia, l’incitamento alla rivoluzione totale definitiva che avrebbe trasformato il mondo in un parco giochi per adolescenti metallozzi. Voglio dire, c’era pure la parola con la “V” in una canzone, troppo punk, finalmente anche l’Italia aveva i suoi Black Sabbath (lo giuro, è quello che io e molti altri pensavamo!).

E poi uscì Terremoto. Molte cose mi fanno vergognare ancora oggi di aver tanto atteso e ascoltato quel disco: ad esempio l’aforisma alla fine di Prima guardia (“trasforma il tuo fucile in un gesto più civile”), uno slogan buttato lì senza nessun senso e appiccicato in fondo alla canzone in tempo per poter dire “siamo trooooppo pacifisti noi”. Oppure la copertina, una patetica imitazione del logo dei Metallica che in quegli anni per noi wannabe metallari erano un gradino sopra Dio (mi pareva una garanzia di qualità e invece era solo un tristissimo plagio).

Insomma, proprio non mi spiego come un gruppo così mediocre possa essere diventato un culto, con Pelù ancora oggi riverito e rispettato. Certo, in un paese dove Vasco e la Nannini sono considerati rocker duri, i Litfiba con il loro campionario di luoghi comuni e un goccio di distorsione in più sulle chitarre sembravano i Cradle of filth. Con i successivi album passarono poi a un rockettino italico più tradizionale (da loro definito “brit rock”: ma vaffanculo, va!).

Il resto è storia recente: il litigio con Ghigo Renzulli (”uno dei migliori chirtarristi italiani”… ROTFL!) e lo scioglimento. Strano che in questi anni di reunion non siano ancora tornati insieme per un bel tour celebrativo, magari negli stadi, magari insieme a quell’altro “rocker” invecchiato male di Ligabue. Cos’è, Elio deve farvi un’altra canzone per convincervi?

Commenti (13)

Categorie: musica e suoni, un po' di storia

Ma guarda un po’: tornano pure gli Ace Of Base

Scritto da Lollodj Giovedì, 17 Aprile , 2008 alle 11:51


Eccoli qua gli Ace of Base con la loro canzone più famosa. Voglio dire, chi viaggia ormai sopra i 27-28 anni non può non ricordarsela, usciva da ogni angolo in continuazione. Considerato uno dei maggiori gruppi dance del decennio per via dei molti remix che andavano in disco, in realtà gli Ace erano un raffinato gruppo pop a base di reggae e dub, anche se più avanti si arresero all’evidenza tamarrizzandosi un po’ e lanciandosi direttamente nello scintillante mondo delle discoteche.

Io me li ricordo molto, molto volentieri per un motivo molto semplice: nel 93 feci 18 anni! Insomma, quando ascolto All that she wants mi tornano subito in mente i banchi della quarta superiore, l’aula della scuola guida, le prime uscite in macchina, la terrificante visita di leva e, signore e signori, il mirabolante ingresso nel mondo del sesso… quello vero insomma, quello fatto in due! Si lo so, un po’ in ritardo ma cercate di capirmi, ero un giovane wannabe metallaro non proprio molto sexy: ero appena passato dai 90 ai 60 kg (miracoli dell’età dello sviluppo) e le ragazze cominciavano solo allora a guardarmi senza fare strane facce schifate. 

Ma a parte la nostalgia, non rimpiango per niente i miei 18 anni. Ora, a quell’età magari in Svezia vivi già da solo ma da noi sei ancora considerato un bambino, a parte il tempo libero in abbondanza non è che fosse poi così una figata avere 18 anni in una cittadina di provincia. 

Comunque sia, perchè tutto questo? Perchè gli Ace of Base, rimasti in 3, stanno per tornare, d’altronde questo è l’anno degli anni 90, giusto? Tornano anche se in realtà non si sono mai fermati: sono sempre rimasti in tour in posti un po’ miserabili (Ucraina, Russia, posti così)  vivendo di rendita delle cose più vecchie. Ora però hanno in cantiere la pubblicazione in grande stile del remix di Wheel of fortune, un tour mondiale e nel 2009 un nuovo album di inediti. Perfetto, non resta che aspettare anche gli Snap e i Culture Beat e siamo pronti per il ritorno dell’eurodance.

Commenti (3)

Categorie: generazione supergiovane, musica e suoni, un po' di storia

Pensieri sparsi su Kurt Cobain

Scritto da Lollodj Giovedì, 10 Aprile , 2008 alle 16:34

kurt.JPGE così sono già passati 14 anni dalla morte di Kurt, volati via, in un attimo. L’uomo che distrusse gli anni 80, al di là di patetici revival o di onesti recuperi delle cose migliori, uno dei pochi artisti veri della scena rock. Vero perché con quel colpo di fucile dimostrò al mondo che non c’era finzione, non c’era un personaggio Kurt Cobain: lui era così, prendere o lasciare. Oggi può sembrare una cosa ovvia ma a 17 anni, abituato ai grandi mestieranti della musica (eravamo pur sempre appena usciti dagli 80), la cosa mi fece girare la testa. Certo, Janis e Ian, ma erano altre generazioni, il modello dell’epoca per me era Axel Rose!

All’epoca non feci nemmeno molto caso alla notizia, in fondo nel rock morire giovani faceva parte del gioco, live fast and die young, giusto? Sulle prime pensai a un’overdose. C’era appena stata Roma e pensai che fosse solo questione di tempo, presto il rock avrebbe avuto il suo ennesimo martire.

Ora, qui nella provincia della provincia dell’impero, non è che si sapesse molto di grunge, alternative, neoesistenzialismo. Sapevamo che improvvisamente la scena californiana era scomparsa: capelli cotonati, fuseaux, canotte leopardate, assoli e urlettini froci, tutto finito.

Di Curt invece sapevamo che era sposato con Courtney Love, che aveva una figlia, roba da tabloid insomma. Poca roba, difatti per anni mi fu difficile inquadrare i Nirvana in una categoria ben definita. Trasmetteva brividi strani, c’era qualcosa di meraviglioso in lui che non afferravo, ma non mi fidavo. Poi finalmente la notizia: suicidio. E questo cambiava tutto, se Kurt fu vittima di un eccesso fu unicamente un eccesso di emozioni e improvvisamente tutto mi apparve chiaro.

Kurt Cobain era nato in un paesino vicino a Seattle, uno squallido borgo industriale dove nascere era una specie di maledizione. Il futuro offriva poche possibilità: fare l’operaio o il commesso di un drugstore, fuggire, impazzire. Provò a fuggire con la sua musica, ma quel mostro dentro di lui non lo mollava. Forse cercava solo l’affetto che non riuscì mai ad avere, una donna sincera, qualche buon amico. Le cose che volevano tutti i ragazzi del mondo insomma, come noi, ma essere una rockstar non aiutava di certo. La Love, beh, lasciamo stare, e quando il tuo conto in banca supera i 6 zeri diventa difficile distinguere gli amici dagli stronzi.

Era un ragazzo solo, come spesso si sentono soli gli adolescenti. Parlava la nostra lingua, ci diceva “fanculo ai posers e al glamour, se nasci nel posto sbagliato, nel modo sbagliato, con i genitori sbagliati, la vita può fare schifo davvero”. Altri lo seguivano a ruota, ma lui quello spleen poco romantico e molto postmoderno lo sentiva davvero. A 17 anni come a 20, come a 26. Fu il segreto del suo successo, ma anche anche la sua maledizione.

Crescendo ovviamente ho superato certe forme di depressione adolescenziale: ora ho un lavoro perfetto una casetta perfetta, una fidanzata perfetta. Tutto perfetto, di una perfezione inquietante che forse in fondo non ho mai desiserato. Sarà per questo che certe sere, magari al freddo nel cuore dell’inverno, prima di dormire mi trovo ancora a canticchiare

I’m not like them
But I can pretend
The sun is gone
But I have a light
The day is done
But I’m having fun
I think I’m dumb
or maybe just happy

Kurt morì solo, come aveva sempre vissuto. Ci ha lasciato le sue canzoni e quell’unplugged stupendo che MTV passa ancora regolarmente almeno un paio di volte al mese, a tarda notte. A volte la telecamera lo inquadra vicino. Sorride e lì, mentre suona le sue canzoni, sembra quasi felice.

(Read more…)

Commenti (1)

Categorie: musica e suoni, un po' di storia

Levi’s commercial: Shaggy

Scritto da Lollodj Lunedì, 17 Marzo , 2008 alle 15:57

Adoro l’animazione passo uno con la plastilina, un’arte talmente senza tempo, nell’epoca dell’animazione digitale, da non apparire retrò o superata: è bella così, semplice e naïf. E poi è estremamente versatile, non richiede grandi mezzi e chiunque, con un po’ di fantasia e la giusta dose di manualità, può realizzare lavori assolutamente pregievoli. Per questo lo spot Levi’s ”The Clayman”, pur essendo del 1995, appare senza tempo. Potrebbe essere del 1971, come dell’altroieri.

Anche la colonna sonora, la famosissima Boombastic di Shaggy, è ormai un classico del decennio, oltre che un brano pop ancora attualissimo. Orville Richard Burrel, ex marine di origine jamaicana, è forse uno dei pochi (l’unico?) artisti ad essere diventato realmente famoso grazie a questo spot, innaugurando una carriera che tra alti e bassi dura ancora oggi, in particolare in Jamaica dove - a quanto mi dicono i miei inviati - è ancora una vera star.

Qui lo spot originale, mentre più sotto il video completo di Boombastic.


 

(Read more…)

Lascia un commento

Categorie: Televisione, un po' di storia

Presidents Of The United States…

Scritto da Lollodj Giovedì, 13 Marzo , 2008 alle 11:35

…quelli buoni però. Ovvero quei tre matti che a metà anni 90 anticiparono l’estetica indie e portarono al successo Lump, Peaches e… poco altro, almeno da noi. Ricordo che il bassista suonava una chitarra con montate due corde da basso, mentre il chitarrista montava solo tre corde: “se sei davvero bravo ti bastano” dicevano, dei pazzi! Trattavano il rock come i primi Beastie Boys trattavano l’hip hop: deriderne gli stereotipi, sfruttarne i luoghi comuni e divertirsi, tanto.

L’altro ieri è uscito il loro nuovo disco, These Are The Good Times People, qui sotto il primo singolo Mixed Up SOB. Per pubblicarlo non hanno firmato un contratto, ma una joint venture con la EMI per la distribuzione. L’era delle case discografiche è finita.


Lascia un commento

Categorie: Cose d'oggi, musica e suoni, un po' di storia

E’ morto Gary Gygax

Scritto da Lollodj Mercoledì, 5 Marzo , 2008 alle 10:57

Gary Gygax, autore e creatore del gioco Dungeons And Dragons, icona del mondo geek e degli appassionati di fantasy, è morto ieri all’età di 69 anni. Se smanettate davanti a un computer, e se avete più di 25 anni, almeno un dado a 20 facce lo avete tirato nella vita. A lui devo una bellissima parte dei miei ricordi di adolescente. Un minuto di silenzio, per favore:

gary.jpg

Gary Gygax 1939-2008

Per me la prima metà degli anni novanta - Gesù, avevo 15 anni - non fu solo metal, grunge, motorini, brufolazzi e feste scolastiche (io portavo i dischi ma non entravo, avevo judo): furono anche gli anni in cui, da vero geek, mi innamorai del fantasy e dei giochi di ruolo. Ora, tentare di descrivere cosa sia un gioco di ruolo è quasi impossibile, anzi è una delle terribili domande impossibili insieme a “esiste Dio?” e “c’è vita nello spazio?”.

Trovarsi intorno al tavolo armati solo di un pezzo di carta, una matita e un set di dadi. Immergersi in un racconto fantastico fatto di maghi, streghe, draghi, guerrieri e orchi. Ma anche mondi da esplorare, astronavi, raggi laser, androidi, vampiri, mostri dell’occulto. Serate, notti intere passate a impersonare, a recitare un ruolo. Si poteva goicare ovunque, bastava la fantasia.

E non cominciate a rompere i coglioni con la storia che gli RpG (role playing game) sono roba da sfigati nerd brufolosi: che a vedere il Signore Degli Anelli ci siete andati, rompicazzo. E sinceramente non era peggio che passare i pomeriggi a taroccare il motorino, o a stare seduti su una panchina a sputare per terra. Fanculo!

(Read more…)

Commenti (3)

Categorie: robe da nerds, un po' di storia

Election day -41: La fine della sinistra negli anni 90

Scritto da Lollodj Lunedì, 3 Marzo , 2008 alle 16:20

sinistra.jpg

Per chi si è sempre chiesto perchè, improvvisamente, a fine anni 90 la destra anche estrema, dopo anni di letargo (durante i quali ha scontato una naturale diffidenza gereralizzata post nazifascismo) sia diventata improvvisamente principale attore politico pressocchè in tutto il mondo, cito questo brano di Nello Barile sulla crisi, e forse la fine, della sinistra classica durante gli anni 90. Crisi in gran parte dovuta ai propri errori; non tanto strettamente politici, ma di visione strategica. E dall’aver incredibilmente sottovalutato il potere di una destra anche feroce che ha, ed avrà sempre, dalla sua parte gli eserciti ed i grandi capitali, con tutte le loro sottostrutture (centri di potere, industria, sentimenti ultra-nazionalisti).

“Nel corso degli anni Novanta un certo pensiero di sinistra ha abbandonato il retaggio dell’internazionalismo trotzkista per concentrarsi sull’esaltazione dell’etica e dell’estetica comunitaria. In tal modo si è cercato di esaltare la gastronomia regionale, la musica e la cultura del luogo […], gli idioletti di ogni genere e origine. Tale vicenda che intreccia insieme cultura, arte e politica può essere esaminata a partire dalla parabola esistenziale di Giovanni Lindo Ferretti che ha attraversato gli anni Ottanta con la grandiosità e l’irriverenza di un innovatore […], gli anni Novanta invischiandosi nelle acque torbide della tradizione […], il nostro presente con un panegirico sulle sue radici di montanaro mistico che scopre la «sensazione liberatoria di votare per la destra». Tale evoluzione ci aiuta a capire come la svolta reazionaria abbia vissuto un periodo di gestazione proprio nei presupposti di quel pensiero «da sinistra» che nell’arco degli anni Novanta le aveva provate tutte – dall’esotismo più disperato alla nostalgia per qualsiasi passato – nel tentativo di contrastare il mondo senz’anima imposto dalla tecno scienza e dalla globalizzazione. Lì si sono formate sacche di resistenza ma anche leader di opinione che hanno usato come un grimaldello intellettuale alcuni discorsi, allora innocui, sul ritorno «al sangue e alla terra», ai valori forti della famiglia e della religione, pubblicizzandoli in maniera esasperata. Quando la svolta cruciale della nuova fase storica ha messo in evidenza l’eccessivo ottimismo di quel periodo, diffondendo l’allarme generalizzato per la nuova «società del rischio», allora in molti hanno saltato la staccionata e sono andati a collocarsi nello schieramento di destra”

Nello Barile,
La mentalità neototalitaria,
Apogeo 2008

via Malvino

Lascia un commento

Categorie: politica, un po' di storia, citazioni

10 Anni di nuove forme

Scritto da Lollodj Venerdì, 22 Febbraio , 2008 alle 18:51

roni.jpg

Roni Size suonerà domani sera a Milano, al Music Drome, insieme al collettivo Reprezent (Dj Krust, Mc Dynamite) per presentare la nuova edizione, in occasione dei 10 anni, di quel New Forms che nel suo piccolo ha fatto la storia della musica elettronica, formalizzando quella roba veloce e sincopata che si chiama drum ‘n bass.

Considerato uno dei dischi più importanti degli anni 90 (fidatevi, lo è), all’epoca mi folgorò: un’evoluzione estrema e veloce della jungle di Goldie (Timeless, ce l’ho nel cuore), riuscì a trascinarmi in posti che mai avrei pensato di frequentare, come il Gabrio di Torino o il Maffia di Reggio Emilia.

Ancora oggi brani come Paper Bag o Heroes sono dei punti di riferimento per il genere e, sinceramente, suonano ancora talmente attuali che una riedizione mi sembra addirittura superflua.

Domani sera sarò probabilmente sfondato dal Barcamp ma (Rettifico: ci sarò eccome!!!) se potete e, se vi piace ballare duro, fateci un  salto: se siete vecchiotti farete un tuffo nel passato, se siete pischelli scoprirete un artista e un disco meravigliosi.

Oggi ascolto ancora drum ‘n bass, di quella più tranquilla della Hospital (London Electricity, Nu:Tone e compagnia, gente che ha coniato il termine “Liquid Funk” per differenziarsi da un genere che ultimamente ha preso derive un pò estreme) ma la vecchia scuola, ragazzi, non si dimentica.

Aggiornamento del lunedì: Beh, il concerto è stato fantastico; e parlo di concerto visto che sul palco c’erano batteria, contrabbasso, cantante e corista. L’infilata Heroes-Dirty Beats-Paper Bag ha scatenato il delirio. Forse c’era giusto un po’ troppa gente e un caldo infernale. Ma quello che mi ha stupito davvero è stato il pubblico. Pochi ragazzini, età media piuttosto alta, diciamo sui 30. E ho rivisto gente che credevo ormai estinta, con i loro felponi XXL, i Carhartt larghi, cappucci, dread e scarpe basse.

La generazione X si è ritrovata li, sabato, a celebrare l’inizio del suo revival. C’erano anche i Korn sabato a Milano, e i Kula Shaker a Torino: le coincidenze non esistono, lo sapete, vero?

 

Lascia un commento

Categorie: news e aggiornamenti, musica e suoni, un po' di storia

Attenzione!

Fare parte della Generazione X non significa essere sfigati. Vuole dire essere in linea con i tempi, con le mode e con i fatti. Implica attenzione, una buona dose di stoicismo, una predisposizione naturale per la disillusione e il sole messicano, e, the last but not the least, la capacità di pensare quotidianamente a una vita diversa.