Scritto da Lollodj Mercoledì, 5 Marzo , 2008 alle 10:57
Gary Gygax, autore e creatore del gioco Dungeons And Dragons, icona del mondo geek e degli appassionati di fantasy, è morto ieri all’età di 69 anni. Se smanettate davanti a un computer, e se avete più di 25 anni, almeno un dado a 20 facce lo avete tirato nella vita. A lui devo una bellissima parte dei miei ricordi di adolescente. Un minuto di silenzio, per favore:
Per me la prima metà degli anni novanta - Gesù, avevo 15 anni - non fu solo metal, grunge, motorini, brufolazzi e feste scolastiche (io portavo i dischi ma non entravo, avevo judo): furono anche gli anni in cui, da vero geek, mi innamorai del fantasy e dei giochi di ruolo. Ora, tentare di descrivere cosa sia un gioco di ruolo è quasi impossibile, anzi è una delle terribili domande impossibili insieme a “esiste Dio?” e “c’è vita nello spazio?”.
Trovarsi intorno al tavolo armati solo di un pezzo di carta, una matita e un set di dadi. Immergersi in un racconto fantastico fatto di maghi, streghe, draghi, guerrieri e orchi. Ma anche mondi da esplorare, astronavi, raggi laser, androidi, vampiri, mostri dell’occulto. Serate, notti intere passate a impersonare, a recitare un ruolo. Si poteva goicare ovunque, bastava la fantasia.
E non cominciate a rompere i coglioni con la storia che gli RpG (role playing game) sono roba da sfigati nerd brufolosi: che a vedere il Signore Degli Anelli ci siete andati, rompicazzo. E sinceramente non era peggio che passare i pomeriggi a taroccare il motorino, o a stare seduti su una panchina a sputare per terra. Fanculo!
Scritto da Lollodj Lunedì, 3 Marzo , 2008 alle 16:20
Per chi si è sempre chiesto perchè, improvvisamente, a fine anni 90 la destra anche estrema, dopo anni di letargo (durante i quali ha scontato una naturale diffidenza gereralizzata post nazifascismo) sia diventata improvvisamente principale attore politico pressocchè in tutto il mondo, cito questo brano di Nello Barile sulla crisi, e forse la fine, della sinistra classica durante gli anni 90. Crisi in gran parte dovuta ai propri errori; non tanto strettamente politici, ma di visione strategica. E dall’aver incredibilmente sottovalutato il potere di una destra anche feroce che ha, ed avrà sempre, dalla sua parte gli eserciti ed i grandi capitali, con tutte le loro sottostrutture (centri di potere, industria, sentimenti ultra-nazionalisti).
“Nel corso degli anni Novanta un certo pensiero di sinistra ha abbandonato il retaggio dell’internazionalismo trotzkista per concentrarsi sull’esaltazione dell’etica e dell’estetica comunitaria. In tal modo si è cercato di esaltare la gastronomia regionale, la musica e la cultura del luogo […], gli idioletti di ogni genere e origine. Tale vicenda che intreccia insieme cultura, arte e politica può essere esaminata a partire dalla parabola esistenziale di Giovanni Lindo Ferretti che ha attraversato gli anni Ottanta con la grandiosità e l’irriverenza di un innovatore […], gli anni Novanta invischiandosi nelle acque torbide della tradizione […], il nostro presente con un panegirico sulle sue radici di montanaro mistico che scopre la «sensazione liberatoria di votare per la destra». Tale evoluzione ci aiuta a capire come la svolta reazionaria abbia vissuto un periodo di gestazione proprio nei presupposti di quel pensiero «da sinistra» che nell’arco degli anni Novanta le aveva provate tutte – dall’esotismo più disperato alla nostalgia per qualsiasi passato – nel tentativo di contrastare il mondo senz’anima imposto dalla tecno scienza e dalla globalizzazione. Lì si sono formate sacche di resistenza ma anche leader di opinione che hanno usato come un grimaldello intellettuale alcuni discorsi, allora innocui, sul ritorno «al sangue e alla terra», ai valori forti della famiglia e della religione, pubblicizzandoli in maniera esasperata. Quando la svolta cruciale della nuova fase storica ha messo in evidenza l’eccessivo ottimismo di quel periodo, diffondendo l’allarme generalizzato per la nuova «società del rischio», allora in molti hanno saltato la staccionata e sono andati a collocarsi nello schieramento di destra”
Nello Barile,
La mentalità neototalitaria,
Apogeo 2008
Scritto da Lollodj Venerdì, 22 Febbraio , 2008 alle 18:51
Roni Size suonerà domani sera a Milano, al Music Drome, insieme al collettivo Reprezent (Dj Krust, Mc Dynamite) per presentare la nuova edizione, in occasione dei 10 anni, di quel New Forms che nel suo piccolo ha fatto la storia della musica elettronica, formalizzando quella roba veloce e sincopata che si chiama drum ‘n bass.
Considerato uno dei dischi più importanti degli anni 90 (fidatevi, lo è), all’epoca mi folgorò: un’evoluzione estrema e veloce della jungle di Goldie (Timeless, ce l’ho nel cuore), riuscì a trascinarmi in posti che mai avrei pensato di frequentare, come il Gabrio di Torino o il Maffia di Reggio Emilia.
Ancora oggi brani come Paper Bag o Heroes sono dei punti di riferimento per il genere e, sinceramente, suonano ancora talmente attuali che una riedizione mi sembra addirittura superflua.
Domani sera sarò probabilmente sfondato dal Barcamp ma (Rettifico: ci sarò eccome!!!) se potete e, se vi piace ballare duro, fateci un salto: se siete vecchiotti farete un tuffo nel passato, se siete pischelli scoprirete un artista e un disco meravigliosi.
Oggi ascolto ancora drum ‘n bass, di quella più tranquilla della Hospital (London Electricity, Nu:Tone e compagnia, gente che ha coniato il termine “Liquid Funk” per differenziarsi da un genere che ultimamente ha preso derive un pò estreme) ma la vecchia scuola, ragazzi, non si dimentica.
Aggiornamento del lunedì: Beh, il concerto è stato fantastico; e parlo di concerto visto che sul palco c’erano batteria, contrabbasso, cantante e corista. L’infilata Heroes-Dirty Beats-Paper Bag ha scatenato il delirio. Forse c’era giusto un po’ troppa gente e un caldo infernale. Ma quello che mi ha stupito davvero è stato il pubblico. Pochi ragazzini, età media piuttosto alta, diciamo sui 30. E ho rivisto gente che credevo ormai estinta, con i loro felponi XXL, i Carhartt larghi, cappucci, dread e scarpe basse.
La generazione X si è ritrovata li, sabato, a celebrare l’inizio del suo revival. C’erano anche i Korn sabato a Milano, e i Kula Shaker a Torino: le coincidenze non esistono, lo sapete, vero?
Scritto da Lollodj Martedì, 19 Febbraio , 2008 alle 13:20
Negli ultimi giorni in molti hanno segnalato questo bell’articolo del Times firmato da John Niven (scrittore, autore tv ed ex chitarrisa dei Wishing Stone), sugli ultimi giorni di gloria dell’industria musicale. Una lettura illuminante che consiglio a tutti, un pugno nello stomaco per gli appassionati di buona musica. Un pugno che vorrei volentieri restituire a chi oggi viene a dirmi della crisi dell’industria discografica e balle simili. L’articolo è lungo e in inglese, ho voluto tradurlo perchè vale davvero la pena leggerlo (la traduzione non è sempre letterale, spero mi perdonerete qualche ingenuità e semplificazione):
Appena laureato, nei primi anni 90, ero sicuro di due cose che in apparenza sembrano contraddittorie. 1) non volevo un lavoro “regolare” come si intende normalmente e 2) dopo 4 anni di università e due passati a strimpellare la chitarra in una indie band squattrinata, volevo guadagnare, e bene. Pigro e avaro, senza rendermene conto ero il candidato perfetto per una carriera nel music business.
Poco tempo dopo mi trovai a lavorare nella sezione marketing della London Records, (ora defunta) major specializzata nel pop più leggero e solare: Bananarama, East 17, All Saints, Fine Young Cannibals.
Le riunioni di marketing furono illuminanti. I dischi erano “quelle inutili stronzate”. Gli artisti erano “clown”, “sfigati” e “imbecilli”. Come molti altri ingenui e inesperti prima di me, fui rapidamente e malauguratamente disilluso dall’idea che le etichette discografiche amassero la musica.
Divenne altrettanto rapidamente chiaro che, per chi era abbastanza pigro e avaro, c’era solo un settore adatto. Il tipo di settore dove ci si poteva aspettare uno stipendio a sei zeri, una BMW, e un rimborso spese illimitato, guadagnato rotolando giù dal letto nel tardo pomeriggio: A&R, Artisti e Repertorio, il settore responsabile di trovare e far crescere nuovi talenti.
Il termine era il nobile residuato dell’era di Ahmet Ertegun (colto e raffinato fondatore dell’Atlantic Records, e produttore, tra gli altri, di Led Zeppelin, Yes e John Coltrane, N.d.R.) […]. La realtà era piuttosto diversa: una generazione di ventenni gettata in pasto alla cocaina, che girava il mondo cercando di non fottersi il lavoro combinando qualche idiozia. Come firmare con una band, per esempio.
Scritto da Lollodj Mercoledì, 13 Febbraio , 2008 alle 01:15
Coffee And Tv dei Blur, una delle canzoni e soprattutto uno dei video più belli degli anni 90, per un soffio dentro il tempo massimo (classe 1999). Oltretutto, visto il rifiuto di Coxon a rientrare nella band, la vicenda del video appare oggi quasi profetica. I registi Garth Jennings e Nick Goldsmith sono gli stessi che pochi anni fa diressero Guida Galattica Per Autostoppisti, film tratto dal romanzo culto di Douglas Adams
Tenero, vero? Potete costruirvi anche voi il vostro Milky, scaricando i paper toys qui sotto. Dovete solo stamparlo su un A4, tagliare, incollare e voilà, farà un figurone sulla scrivania di ogni vero ninetyfan. Esiste addirittura un sito dedicato al piccolo cartone di latte, Milkyfan.com.
Scritto da Lollodj Giovedì, 31 Gennaio , 2008 alle 15:31
Drugstore, lo spot pubblicitario più premiato della storia della televisione (palma d’oro a Cannes nel 1995), diretto nientemeno che da quel pazzo di Michel Gondry, regista francese che ha lavorato con Bjork, Chemical Brothers, Beck, Daft Punk, Foo Fighters… la crema degli anni 90! Provate a seguire i link, sono alcuni dei video più belli di sempre. Inoltre ha diretto film come The Eternal Sunshine Of A Spottless Mind (mi rifiuto di scrivere il ridicolo titolo italiano) e L’Arte Del Sogno. E’ un genio quell’uomo, e si vede. Ve lo ricordate il colpo di scena finale? Impossibile dimenticarsi la faccia del padre di lei nell’ultima inquadratura:
La colonna sonora, che come capitava spesso con gli spot Levi’s transitò brevemente in classifica, è Novelty Waves di Biosphere, al secolo Geir Jenssen, norvegese produttore di musica techno e ambient (e di quella pesante). Vive a Tromso, una landa desolata oltre il circolo polare artico. Un’altro matto completo, insomma. Qui sotto il video originale della canzone.
Si, lo ammetto: avevo preparato anch’io la classifica di fine anno dei migliori album del 2007, le migliori canzoni, il miglior video, con i bei commenti forbiti per far vedere che di musica ne so un sacco… ma alla fine ho lasciato perdere. Sono 18 anni - ho pensato - che ascolto musica con passione maniacale e non credo di dover dimostrare più niente a nessuno. E poi mi sono accorto che bene o male avevo tirato fuori i soliti nomi, quelli che trovate nelle classifiche degli indie blogger più famosi, come qui, qui e qui, oppure qui, o anche qui.
Comunque sia è stato un bell’anno per la musica, soprattutto per quella italiana. Forse però è l’anno che finisce in 7 che porta bene. E visto che qui si parla (per lo più) di anni 90, voglio provare a fare un’altra classifica, quella dei migliori - secondo me - album usciti 10 anni fa. Pronti?
Radiohead, OK Computer
Belle and Sebastian, If You’re Feeling Sinister
Daft Punk, Homework
Chemical Brothers, Dig Your Own Hole
Foo Fighters, Colour And The Shape
Prodigy, The Fat Of The Land
Björk,Homogenic
Aphex Twin, Come To Daddy
CSI, Tabula Rasa Elettrificata
The Verve, Urban Hymns
Afterhours, Hai Paura Del Buio?
DJ Shadow, Preemptive Strike
Subsonica, Subsonica
Faith no more, Album Of The Year
Roni Size, New Forms
Squarepusher, Hard Normal Daddy
Primus, The Brown Album
Mogwai, Young Team
Oasis, Be Here Now
Strapping Young Lad, City
Senza dimenticare anche (in rigoroso ordine sparso):
Bluvertigo - Metallo non Metallo Six Minutes Madness - Il Vuoto Elettrico Frankie Hi-Nrg - La Morte Dei Miracoli Me First And The Gimmie Gimmie - Have a ball Lit - Tripping the Light Fantastic Ramones - We’re Outta Here Deftones - Around The Fur Dropkick Murphys -Do Or Die Carmen consoli- Confusa e felice Dream Theater - Falling Into Infinity One Dimensional Man - One Dimensional Man Guano Apes - Proud Like A God NOFX - So Long And Thanks For All The Shoes Modena City Ramblers- Terra e Libertà Punkreas -90/93
Come vi dicevo, forse gli anni che finiscono in 7 portano bene alla musica. E poi mi chiedono perchè amo gli anni 90.
Rileggetevi questa classifica con calma, due o tre volte, piano piano, cercando di ricordare: fu un bell’anno anche il 1997, vero? Io avevo 22 anni…
Scritto da Lollodj Mercoledì, 31 Ottobre , 2007 alle 16:47
Continua la mia personale riscoperta di meteore o meteorine che dieci anni fa - più o meno - sono rapidamente transitati per radio e tv in quel magico momento in cui tra una canzone dei Take That e una di Ramazzotti potevi tranquillamente ascoltare i Nirvana o i Pearl Jam o i REM… e ditemi che è poco!
Nati in california nel 1994, gli Smash Mouth nel 1997 pubblicano Fush yu mang, bizzarra storpiatura di Fuck you man, e si fanno conoscere con Walking on the sun e la stracitata (e strausata ogni volta che bisogna musicare il video di un litigio) Why can’t we be friends. Ska punk-pop tirato e ben suonato, divertente abbastanza da far dimenticare l’assoluto vuoto di contenuti, praticamente degli 883 californiani… ma avercene in Italia di gruppi così.
Li ricordo in conerto a Milano, il cantante si era ridicolmente tinto i capelli di verde con uno spray e la tinta gli colava sugli occhi; ridicoli, ma mi sono divertito, e parecchio. Nel 1999 ritornano con Astro lounge e il singolo All star; carino, credo fosse nella colonna sonora di Shrek. Poi l’11/9 bla bla bla, insomma dopo Pacific coast party (un titolo un programma) finisce il successo planetario e la band si ridimensiona. Esistono ancora, l’ultimo album è del 2006, ma credo che ormai fuori dalla California non li conosca più nessuno. Qui sotto Walking on the Sun.
Scritto da Lollodj Sabato, 29 Settembre , 2007 alle 17:46
Indovinate un pò chi ha appena compiuto gli anni? Nel settembre 1997 nasceva ufficialmente Google, il motore di ricerca che ha cambiato le nostre vite. Esagero? No, chi mastica di reti sa che è così, il rivoluzionario sistema di indicizzazione delle pagine di Google ha spazzato via gli antiquati sistemi usati fino allora da Webcrawler, o le pesanti pagine dei portali tipo Altavista o Yahoo.
Tutto nasce dentro l’università di Stanford, dalle menti geniali di due studenti, Larry Page e Sergey Brin, che si chiesero come migliorare i sistemi di indicizzazione dei motori di ricerca classici. A quei tempi infatti i motori usavano metodi empirici per decidere il “ranking” (il posizionamento dei risultati), o addirittura chiedevano soldi per far salire di posizione un sito. I due studenti invece elaborarono questa semplice formula:
PR(A) = (1-d) + d (PR(T1)/C(T1) + … + PR(Tn)/C(Tn))
Che cosa questa formula voglia dire, lo potete scoprire su questo sito (grazie al bravo Paolo Attivissimo per everlo segnalato) che conserva non solo le foto dei primi rudimentali server e una semplice spiegazione tecnica di come Google è nato e si è sviluppato, ma anche le prime pagine del motore di ricerca, persino di quando si chiamava BackRub.
Ecco la foto di gruppo dei server nell’università di Stanford, 1997
Mentre questi sono i due pc su cui girava il primo algoritmo di ricerca
Se invece volete vedere l’aspetto di google prima del 1997, guardate qui.
Oggi google è un impero da 12.000 dipendenti e 7 miliardi di dollari di fatturato, offre decine di servizi e sta valutando l’idea di quotarsi in borsa per portare il proprio capitale a 12 miliardi di dollari. Ulteriori informazioni sull’impero Google le trovate su wikipedia.
Scritto da Lollodj Martedì, 11 Settembre , 2007 alle 15:43
Quella mattina ero andato a un colloquio di lavoro, una faccenda importante. Un posto da tecnico nel palazzo dirigenziale di una multinazionale del cemento, un’occasione d’oro. Mi ero vestito bene (per i miei standard dell’epoca), camicia bella nei pantaloni, jeans ma regolari e puliti, scarpe da ginnastica nuove, quel look casual che a un informatico si perdona insomma.
Al colloquio ero stato brillante e avevo fatto bella impressione, il posto era sicuramente mio e volevo festeggiare con la mia ragazza dell’epoca, passai da lei per il pranzo.
Mentre veniva sù il caffè mi piazzai davanti al pc, lei aveva l’isdn (uh, wow, ve la ricordate la linea superveloce isdn?) e cominciai a smadonnare, non funzionava niente, i siti di news sembravano tutti a terra.
All’improvviso la vocina di lei giunse dalla camera da letto: “Lollo ma cosa succede?”
La raggiunsi davanti al piccolo Mivar 14 pollici proprio mentre il secondo aereo si schiantava contro le torri, il sottopancia diceva “America under attack” a caratteri cubitali.
Rimasi lì in piedi a fissare lo schermo, immobile, sconvolto dalla tragedia (ho sempre amato NY che considero un pezzetto di America diversa), e perchè conoscevo abbastanza bene gli americani da sapere cosa sarebbe successo nelle settimane, nei mesi successivi.
Lei mi guardava incredula mentre la prima torre andava giù.
Quando andò giù anche la seconda mi uscirono dalle labbra 3 semplici parole, mormorate appena a denti stretti:
“Questo significa guerra”
Ecco, in quel momento, proprio in quel momento finirono definitivamente gli anni ‘90, o perlomeno i miei anni ‘90.
Nulla, nemmeno la musica alla radio, sarebbe più stato uguale.
Ebbi il lavoro ma finì male (problemi interinali, diciamo così) e qualche tempo dopo se ne andò anche lei.
Un pessimo modo di iniziare il nuovo millennio. Cominciavo a rimpiangere quei 90. E questo blog cominciava a prendere forma, una vaga nuvola nell’iperuranio delle mie idee.
Fare parte della Generazione X non significa essere sfigati. Vuole dire essere in linea con i tempi, con le mode e con i fatti. Implica attenzione, una buona dose di stoicismo, una predisposizione naturale per la disillusione e il sole messicano, e, the last but not the least, la capacità di pensare quotidianamente a una vita diversa.