Scritto da Lollodj Lunedì, 19 Maggio , 2008 alle 10:30
Avete presente quando, a 13 anni, ci si vantava perchè “mio cuggino è amico del fratello del vicino di casa Jovanotti”? Ecco, il nuovo video degli Amari lo ha diretto la mia amica Gaia (e io me ne bullo un bel po’).
Scritto da Lollodj Venerdì, 16 Maggio , 2008 alle 15:50
Sinceramente non ho mai capito perchè viene tanto criticata l’autoreferenzialità - vera o presunta - dei blog, strumenti che sono stati pensati e realizzati proprio per essere autoreferenziali. Diari on line, ricordate? Diari in cui scrivere le proprie cose. Poi sono venuti i blog di contenuti, i blog tematici (come questo), i blog che fanno informazione, controinformazione, opinione, le blogstar, etc… ma in fondo lo scopo primo dei web log era mettere in rete i propri cazzi, giusto? Ecco, questo piccolo cappello mi serve per dire che oggi vi tocca un bel post autoreferenziale, cioè di una roba mia che capisco solo io. Sulle scarpe. Perchè con la primavera è arrivato anche il momento di fare il famoso “giro” dell’armadio, quando tiri fuori magliette e canotte e ritiri felpe e giubbotti.
E magari ne approfitti anche per buttare via le cosa più vecchie e logore. E tra le cose che ho buttato c’era anche il mio ultimo paio di Puma Suede nere. Niente di strano, ma era solo dal 1994 che nella mia casa non mancavano le Puma, anzi per molto molto tempo ho calzato solo Puma nere. Diciamo 12 anni, roba che i miei piedi ormai hanno quella forma.
Nel corso degli anni sono passato dalle Timberland (tarocche, ero pur sempre figlio di operai) degli anni 80 agli anfibi militari nei primi 90, quelli veri con la punta in metallo utilissima nel pogo dei concerti metal (mica quei Dott. Martens da frocetti). Nel 1994, a 19 anni, sinceramente il metal e gli anfibi mi avevano rotto le balle. All’epoca adavano le scarpe basse, soprattutto Adidas, ma le trovavo troppo rigide. Non ricordo dove provai le prime Puma, credo in un negozio di Torino, ma fu amore a prima vista.
Forse un post in cui parlo delle mie scarpe potrà sembrare una follia, ma non potete capire l’amore incondizionato che ho avuto per quel modello. Belle, morbide, calzavano come ciabatte ed erano perfette con i Carhartt Work larghi che portavo all’epoca. Costavano pure poco, il che non guastava. Ormai entravo nei negozi e chiedevo semplicemente “Puma suede nere, taglia 43, due paia per favore” senza provarle. Arrivai ad averne 4 paia in casa, tutte uguali: mia madre mi credeva pazzo!
Le usai così tanto che diventarono un mio luogo comune: Lollo era quello del montenegro, dei concerti e delle Puma basse nere. Ma le cose - grazie a Dio - cambiano e devono cambiare anche per un capricorno testardamente abitudinario come me. Così, con il cambio delle mode e il restringersi dei pantaloni, le Puma cominciavano a non andare più. E nel 2006 alla veneranda età di 31 anni comprai il mio primo paio di All Star, ovviamente nere.
Oggi posseggo ben 7 paia di scarpe (un numero non banale per un maschietto), incredibilmente tutte diverse, e i miei amici più vecchi si stupiscono ancora di come, improvvisamente da un giorno all’altro, le mitiche Puma di Lollo siano scomparse. Buttandole banalmente nel bidone, quel giorno, mi sono un po’ commosso salutando uno degli ultimi cimeli della mia gioventù. Quando ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino; ma quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino. Ecco, in quel momento ho definitivamente detto addio ai miei anni 90.
Scritto da Lollodj Venerdì, 16 Maggio , 2008 alle 15:15
Rubo il titolo a una vecchia rubrica del mai troppo compianto Cuore per riportare questo eccezionale documento del 1991 (quindi non vado nemmeno fuori tema). Mi era sfuggito, ammetto di non seguire più la Gialappa’s da anni, ma ringrazio Francesco di avermelo fatto scoprire. Prima o poi tutti i nodi verranno al pettine, prima o poi nulla resterà impunito. Nulla.
Scritto da Lollodj Giovedì, 8 Maggio , 2008 alle 21:00
Si, è vero, sto parlando troppo di musica e questo in fondo non vuole essere un blog esclusivamente musicale. Certo la musica è l’arte che conosco meglio in assoluto e forse resta la più indicativa per comprendere lo spirito di un tempo e di una generazione. Ma gli anni 90 furono una vera fucina di creatività in ogni campo. Prendete ad esempio i libri. Io ero innamorato di tre autori in particolare: Aldo Nove, Giuseppe Culicchia e Niccolò Ammaniti, la triade dei cannibali (insieme alla Santacroce, che intanto si è fritta completamente il cervello). Ma il libro in assoluto più famoso del decennio è un altro, e alzi la mano chi non l’ha mai letto (lo sapevo, non siete in molti): Jack Frusciante è uscito dal gruppo, romanzo d’esordio di un giovanissimo Enrico Brizzi.
Il libro (ma si che ve lo ricordate) narra delle avventure post adolescenziali di Alex, giovane bolognese innamorato di Adelaide (per tutti Aidi, e poi non lamentatevi di Babi e Step), amore ovviamente tormentato. Ci si mette di mezzo anche Martino, lo stronzetto che in fondo vuole solo le attenzioni che i genitori ricchi non gli hanno mai dato e che finirà per tirarsi un colpo in testa (vera fissa giovanilista fin dai tempi del giovane Holden, vero Bianconi?) dopo aver scritto una struggente (e pallosissima) lettera proprio ad Alex.
Abbiamo quindi tutti gli elementi: il giovane bolognese intelligente e profondo di famiglia piccolo borghese, la bella ragazzina mora e “dai modi un po’ francesi” che legge poesie (praticamente l’archetipo della sbarbina colta anni 90), il duro alternativo dal cuore di panna ribelle ma miliardario. Tutta l’estetica narrativa di quegli anni può essere riassunta in questi tre personaggi.
Anche lo stile di scrittura è tipico del periodo. Brizzi usa quella prosa “ggiovane” che, in pratica, significa buttare punteggiatura a caso e ignorare completamente la consecutio temporum (soprattutto nei mitici “flussi di coscienza”), infarcendo il tutto di citazioni pop – cartoni animati, canzoni punk, robe così (secondo una mia classificazione rigorosa, questo genere di scrittura è detto “alla cazzo di cane”, ma nei 90 andava di moda e va da sé che pure i futuristi - dio li abbia in gloria - volevano sconvolgere le regole sintattiche, ma almeno avevano un metodo).
Dunque è scritto non particolarmente bene e con personaggi stereotipati. Quindi? Quindi, alla fine, il libro non è poi male. Si, è rivolto a un pubblico giovane ed essendo all’epoca giovane anche l’autore non può non contenere delle ingenuità pazzesche. Ma l’idea di fondo, lo spunto di un John (Jack) Frusciante che molla i Red Hot nel loro massimo momento di gloria come metafora dell’uscita da un sistema di convenzioni borghesi e di piccole ritualità familiari, ecco, questo ha del genio.
Ovvio che se letto ora, a 30 anni, tutte quelle ingenuità vengono fuori. Eppure non posso non avere un moto di simpatia verso il giovane Alex, spaccato perfetto della gioventù di quegli anni e quindi anche di me.
Oggi il paragone più semplice che mi viene in mente è con Tre metri sopra il cielo, ed è un paragone disarmante. Se infatti in Jack la storia d’amore fa solo da sfondo al tormento interiore dei protagonisti, il libro di Moccia si risolve in un romanzo rosa, un harmony per ragazzetti. Ed è questo che in fondo mi manca di più degli anni 90, il succo (marcio?) dei racconti di Coupland, di Culicchia, di Hornby, di Welsh, e anche in quelli in salsa teen di Brizzi e De Carlo: La profondità, la voglia di cercare e inseguire una vita diversa, la critica dell’esistente con tutte le sue contraddizioni, senza contare le innumerevoli citazioni anche importanti. Chissà se i ragazzi di oggi hanno qualcosa di simile, o se nel nome del tremontismo stanno per arrendersi a un conformismo opaco.
Nel 1996 del libro è stato tratto l’immancabile film, che ha garantito la ricchezza all’autore e la fama a Violante Placido e Stefano Accorsi, con una colonna sonora grandiosa. Di Brizzi invece è appena uscito un nuovo libro, L’inattesa piega degli eventi. Argomento serio, il ragazzo è cresciuto e può darsi che dopo tanti anni riprenderò in mano un suo lavoro. Da La svastica sul sole in poi, la fantapolitica mi ha sempre affascinato.
Scritto da Lollodj Venerdì, 2 Maggio , 2008 alle 02:27
E così è tornato anche il Piero con il suo nuovo dischetto. Wow, è proprio quello che mancava alla musica italiana. Una divertente analisi del fenomeno Pelù l’ha fatta Federico con questo post, che mi ha anche fatto tornare in mente uno dei dischi più imbarazzanti dei miei anni novanta: Terremoto, anno 1993.
Ora, dovete provare a mettervi nei panni di un sedicenne che ascolta rock e metal, ovviamente esclusivamente in inglese, che si trova in mano un disco come El Diablo. Vago riferimento satanista, testi scritti appositamente per ggiovani adolescenti ribelli ma quelli del tipo “no mamma non torno a mezzanotte, ma a mezzanotte e mezza o l’una perchè sono troooppo un ribelle!”. Quella gioventù li insomma. Ecco forse a quell’età testi come
Giro di notte con le anime perse
Sì della famiglia io sono il ribelle
Tu vendimi l’anima e ti mando alle stelle
E il paradiso è un’astuta bugia
oppure
Qualcuno ci ha provato
Gli ho detto vaffanculo
Tu da qui non mi allontanerai
A quell’età, dicevo, testi del genere scritti in rima baciata sembravano l’apoteosi dell’anarchia, l’incitamento alla rivoluzione totale definitiva che avrebbe trasformato il mondo in un parco giochi per adolescenti metallozzi. Voglio dire, c’era pure la parola con la “V” in una canzone, troppo punk, finalmente anche l’Italia aveva i suoi Black Sabbath (lo giuro, è quello che io e molti altri pensavamo!).
E poi uscì Terremoto. Molte cose mi fanno vergognare ancora oggi di aver tanto atteso e ascoltato quel disco: ad esempio l’aforisma alla fine di Prima guardia (“trasforma il tuo fucile in un gesto più civile”), uno slogan buttato lì senza nessun senso e appiccicato in fondo alla canzone in tempo per poter dire “siamo trooooppo pacifisti noi”. Oppure la copertina, una patetica imitazione del logo dei Metallica che in quegli anni per noi wannabe metallari erano un gradino sopra Dio (mi pareva una garanzia di qualità e invece era solo un tristissimo plagio).
Insomma, proprio non mi spiego come un gruppo così mediocre possa essere diventato un culto, con Pelù ancora oggi riverito e rispettato. Certo, in un paese dove Vasco e la Nannini sono considerati rocker duri, i Litfiba con il loro campionario di luoghi comuni e un goccio di distorsione in più sulle chitarre sembravano i Cradle of filth. Con i successivi album passarono poi a un rockettino italico più tradizionale (da loro definito “brit rock”: ma vaffanculo, va!).
Il resto è storia recente: il litigio con Ghigo Renzulli (”uno dei migliori chirtarristi italiani”… ROTFL!) e lo scioglimento. Strano che in questi anni di reunion non siano ancora tornati insieme per un bel tour celebrativo, magari negli stadi, magari insieme a quell’altro “rocker” invecchiato male di Ligabue. Cos’è, Elio deve farvi un’altra canzone per convincervi?
Scritto da Lollodj Mercoledì, 23 Aprile , 2008 alle 14:16
(Foto: polvere domestica ingrandita a 400x) Mi sono messo a fare uno di quei dannati lavori che ho rimandato per almeno tre anni, da quando cioè mi sono trasferito nella petit maison gusto Ikea: sistemare la vecchia collezione di cd che da troppo tempo languiva nell’angolo di pavimento in cui l’avevo “temporaneamente” parcheggiata. Ho cominciato a sistemarla nella libreria - Billy ovviamente - ordinando ogni cd per genere autore e anno: lo ammetto, mi sono sentito un po’ come Rob Fleming (in realtà mi sento sempre molto Rob Fleming, ma per altri motivi).
Sono qualche centinaio, fino a pochi anni fa sembravano una quantità ciclopica e mi facevano sentire come un vecchio bibliotecario circondato ovunque dai suoi preziosi libri impolverati. Ora quell’intera collezione occupa una frazione del mio iPod, mentre su un hd esterno da pochi giga possiedo una raccolta 10 volte più grande.
Riprendere in mano uno per uno tutti quei vecchi dischi è stato un tuffo nel passato. Di molti di loro ho ricordi singolari: il primo cd acquistato in assoluto (in edicola, ricordo perfettamente il momento: Fistful of metal degli Anthrax, la peggior copertina mai vista), i Dwarves comperati a Praga, i Ramones da Londra, i cd della Fat Wreck ordinati da San Diego, la custodia dei Joykiller desolatamente vuota (dopo che un intero porta cd è “evaporato” dallo zaino durante un passaggio a Malpensa). Ma anche qualche “copia non in vendita” trafugata dalla radio, i demo di gruppi improbabili che mi arrivavano a casa quando organizzavo concerti, pacchi di compilation di Rumore, Rock Sound, Metal Hammer.
E capita di ritrovare cd che nemmeno ricordavo di avere. Vorrei sapere come mi sono finiti in casa i Tygers Of Pan Tang o i White Lion, o quell’orrido Stay hungry dei Twisted Sister (anche se We’re not gonna take it resta un grande inno trash anni 80).
E poi è venuto il momento dei primi cd masterizzati, le prime compilation che facevo raccogliendo brani da vari cd e masterizzate con il mio Waitec 2x pagato qualcosa come 350.000 lire nel 1998. Ossidate, inascoltabili. Qualcosa non va con la generazione digitale, abbiamo un piccolo problema di memoria: se nessun hard disk è eterno, se nessun supporto ottico dura più di qualche anno, cosa lasceremo dietro di noi?
Scritto da Lollodj Giovedì, 17 Aprile , 2008 alle 11:51
Eccoli qua gli Ace of Base con la loro canzone più famosa. Voglio dire, chi viaggia ormai sopra i 27-28 anni non può non ricordarsela, usciva da ogni angolo in continuazione. Considerato uno dei maggiori gruppi dance del decennio per via dei molti remix che andavano in disco, in realtà gli Ace erano un raffinato gruppo pop a base di reggae e dub, anche se più avanti si arresero all’evidenza tamarrizzandosi un po’ e lanciandosi direttamente nello scintillante mondo delle discoteche.
Io me li ricordo molto, molto volentieri per un motivo molto semplice: nel 93 feci 18 anni! Insomma, quando ascolto All that she wants mi tornano subito in mente i banchi della quarta superiore, l’aula della scuola guida, le prime uscite in macchina, la terrificante visita di leva e, signore e signori, il mirabolante ingresso nel mondo del sesso… quello vero insomma, quello fatto in due! Si lo so, un po’ in ritardo ma cercate di capirmi, ero un giovane wannabe metallaro non proprio molto sexy: ero appena passato dai 90 ai 60 kg (miracoli dell’età dello sviluppo) e le ragazze cominciavano solo allora a guardarmi senza fare strane facce schifate.
Ma a parte la nostalgia, non rimpiango per niente i miei 18 anni. Ora, a quell’età magari in Svezia vivi già da solo ma da noi sei ancora considerato un bambino, a parte il tempo libero in abbondanza non è che fosse poi così una figata avere 18 anni in una cittadina di provincia.
Comunque sia, perchè tutto questo? Perchè gli Ace of Base, rimasti in 3, stanno per tornare, d’altronde questo è l’anno degli anni 90, giusto? Tornano anche se in realtà non si sono mai fermati: sono sempre rimasti in tour in posti un po’ miserabili (Ucraina, Russia, posti così) vivendo di rendita delle cose più vecchie. Ora però hanno in cantiere la pubblicazione in grande stile del remix di Wheel of fortune, un tour mondiale e nel 2009 un nuovo album di inediti. Perfetto, non resta che aspettare anche gli Snap e i Culture Beat e siamo pronti per il ritorno dell’eurodance.
Scritto da Lollodj Mercoledì, 16 Aprile , 2008 alle 11:50
A 48 ore di distanza, dopo averci dormito su un paio di notti, finalmente comincio a metabolizzare la batosta elettorale. Di analisi post voto ne trovate quante volete, di gente molto più preparata di me in materia (qui ne trovate raccolte un po’), quindi non voglio aggiungere altro. Rimane lo sconforto di constatare come l’Italia resti il paese dei molti Don Abbondio pronti a togliersi i cappello per obbedire senza fiatare al potente di turno: che si chiami Mussolini, Craxi o Berlusconi, l’Italia ha un bisogno quasi fisico di un leader populista, paternalista, accentratore, un leader da adorare e idolatrare. Ma è comprensibile, in un paese che ha avuto bisogno di una ditattura per uscire dal medioevo e diventare un paese quasi normale. Resta anche anche la rabbia di vedere l’uomo che ha fatto fortuna riempiendo le sue televisioni di tette e culi facendo crollare il livello culturale medio, vincere e consegnarsi alla storia come un grande statista, mentre uno come Berlinguer verrà accostato a Pol Pot.
Ci aspettano tempi bui in cui probabilmente vedremo sparire il 25 aprile, la cultura ridotta a orpello inutile, la scuola trasformata nell’anticamera di un’agenzia interinale, disgregarsi l’unità dello stato, la CEI e i bigotti dettare le leggi al parlamento, ridicoli dazi doganali contro la Cina che si riveleranno controproducenti (e se la Cina ci restituirà il favore sarà la fine). O magari invece mi sbaglio e tra cinque anni saremo tutti molto più liberi e ricchi e felici. Quello che so per certo è che comunque, col petrolio a 112 dollari, gli USA in crisi e la Cina incazzata, ci aspettano altro che lacrime e sangue.
Basta, ci sarebbero veramente troppe cose da dire e considerazioni da fare, voglio fermarmi qui. Da domani torno agli anni 90, che ho già in mente un paio di post interessanti. Almeno mi distraggo un pò e fino ai primi danni non ci penso più.
Fare parte della Generazione X non significa essere sfigati. Vuole dire essere in linea con i tempi, con le mode e con i fatti. Implica attenzione, una buona dose di stoicismo, una predisposizione naturale per la disillusione e il sole messicano, e, the last but not the least, la capacità di pensare quotidianamente a una vita diversa.