Scritto da Lollodj Venerdì, 2 Maggio , 2008 alle 02:27
E così è tornato anche il Piero con il suo nuovo dischetto. Wow, è proprio quello che mancava alla musica italiana. Una divertente analisi del fenomeno Pelù l’ha fatta Federico con questo post, che mi ha anche fatto tornare in mente uno dei dischi più imbarazzanti dei miei anni novanta: Terremoto, anno 1993.
Ora, dovete provare a mettervi nei panni di un sedicenne che ascolta rock e metal, ovviamente esclusivamente in inglese, che si trova in mano un disco come El Diablo. Vago riferimento satanista, testi scritti appositamente per ggiovani adolescenti ribelli ma quelli del tipo “no mamma non torno a mezzanotte, ma a mezzanotte e mezza o l’una perchè sono troooppo un ribelle!”. Quella gioventù li insomma. Ecco forse a quell’età testi come
Giro di notte con le anime perse
Sì della famiglia io sono il ribelle
Tu vendimi l’anima e ti mando alle stelle
E il paradiso è un’astuta bugia
oppure
Qualcuno ci ha provato
Gli ho detto vaffanculo
Tu da qui non mi allontanerai
A quell’età, dicevo, testi del genere scritti in rima baciata sembravano l’apoteosi dell’anarchia, l’incitamento alla rivoluzione totale definitiva che avrebbe trasformato il mondo in un parco giochi per adolescenti metallozzi. Voglio dire, c’era pure la parola con la “V” in una canzone, troppo punk, finalmente anche l’Italia aveva i suoi Black Sabbath (lo giuro, è quello che io e molti altri pensavamo!).
E poi uscì Terremoto. Molte cose mi fanno vergognare ancora oggi di aver tanto atteso e ascoltato quel disco: ad esempio l’aforisma alla fine di Prima guardia (“trasforma il tuo fucile in un gesto più civile”), uno slogan buttato lì senza nessun senso e appiccicato in fondo alla canzone in tempo per poter dire “siamo trooooppo pacifisti noi”. Oppure la copertina, una patetica imitazione del logo dei Metallica che in quegli anni per noi wannabe metallari erano un gradino sopra Dio (mi pareva una garanzia di qualità e invece era solo un tristissimo plagio).
Insomma, proprio non mi spiego come un gruppo così mediocre possa essere diventato un culto, con Pelù ancora oggi riverito e rispettato. Certo, in un paese dove Vasco e la Nannini sono considerati rocker duri, i Litfiba con il loro campionario di luoghi comuni e un goccio di distorsione in più sulle chitarre sembravano i Cradle of filth. Con i successivi album passarono poi a un rockettino italico più tradizionale (da loro definito “brit rock”: ma vaffanculo, va!).
Il resto è storia recente: il litigio con Ghigo Renzulli (”uno dei migliori chirtarristi italiani”… ROTFL!) e lo scioglimento. Strano che in questi anni di reunion non siano ancora tornati insieme per un bel tour celebrativo, magari negli stadi, magari insieme a quell’altro “rocker” invecchiato male di Ligabue. Cos’è, Elio deve farvi un’altra canzone per convincervi?
Scritto da Lollodj Mercoledì, 23 Aprile , 2008 alle 14:16
(Foto: polvere domestica ingrandita a 400x) Mi sono messo a fare uno di quei dannati lavori che ho rimandato per almeno tre anni, da quando cioè mi sono trasferito nella petit maison gusto Ikea: sistemare la vecchia collezione di cd che da troppo tempo languiva nell’angolo di pavimento in cui l’avevo “temporaneamente” parcheggiata. Ho cominciato a sistemarla nella libreria - Billy ovviamente - ordinando ogni cd per genere autore e anno: lo ammetto, mi sono sentito un po’ come Rob Fleming (in realtà mi sento sempre molto Rob Fleming, ma per altri motivi).
Sono qualche centinaio, fino a pochi anni fa sembravano una quantità ciclopica e mi facevano sentire come un vecchio bibliotecario circondato ovunque dai suoi preziosi libri impolverati. Ora quell’intera collezione occupa una frazione del mio iPod, mentre su un hd esterno da pochi giga possiedo una raccolta 10 volte più grande.
Riprendere in mano uno per uno tutti quei vecchi dischi è stato un tuffo nel passato. Di molti di loro ho ricordi singolari: il primo cd acquistato in assoluto (in edicola, ricordo perfettamente il momento: Fistful of metal degli Anthrax, la peggior copertina mai vista), i Dwarves comperati a Praga, i Ramones da Londra, i cd della Fat Wreck ordinati da San Diego, la custodia dei Joykiller desolatamente vuota (dopo che un intero porta cd è “evaporato” dallo zaino durante un passaggio a Malpensa). Ma anche qualche “copia non in vendita” trafugata dalla radio, i demo di gruppi improbabili che mi arrivavano a casa quando organizzavo concerti, pacchi di compilation di Rumore, Rock Sound, Metal Hammer.
E capita di ritrovare cd che nemmeno ricordavo di avere. Vorrei sapere come mi sono finiti in casa i Tygers Of Pan Tang o i White Lion, o quell’orrido Stay hungry dei Twisted Sister (anche se We’re not gonna take it resta un grande inno trash anni 80).
E poi è venuto il momento dei primi cd masterizzati, le prime compilation che facevo raccogliendo brani da vari cd e masterizzate con il mio Waitec 2x pagato qualcosa come 350.000 lire nel 1998. Ossidate, inascoltabili. Qualcosa non va con la generazione digitale, abbiamo un piccolo problema di memoria: se nessun hard disk è eterno, se nessun supporto ottico dura più di qualche anno, cosa lasceremo dietro di noi?
Scritto da Lollodj Giovedì, 17 Aprile , 2008 alle 11:51
Eccoli qua gli Ace of Base con la loro canzone più famosa. Voglio dire, chi viaggia ormai sopra i 27-28 anni non può non ricordarsela, usciva da ogni angolo in continuazione. Considerato uno dei maggiori gruppi dance del decennio per via dei molti remix che andavano in disco, in realtà gli Ace erano un raffinato gruppo pop a base di reggae e dub, anche se più avanti si arresero all’evidenza tamarrizzandosi un po’ e lanciandosi direttamente nello scintillante mondo delle discoteche.
Io me li ricordo molto, molto volentieri per un motivo molto semplice: nel 93 feci 18 anni! Insomma, quando ascolto All that she wants mi tornano subito in mente i banchi della quarta superiore, l’aula della scuola guida, le prime uscite in macchina, la terrificante visita di leva e, signore e signori, il mirabolante ingresso nel mondo del sesso… quello vero insomma, quello fatto in due! Si lo so, un po’ in ritardo ma cercate di capirmi, ero un giovane wannabe metallaro non proprio molto sexy: ero appena passato dai 90 ai 60 kg (miracoli dell’età dello sviluppo) e le ragazze cominciavano solo allora a guardarmi senza fare strane facce schifate.
Ma a parte la nostalgia, non rimpiango per niente i miei 18 anni. Ora, a quell’età magari in Svezia vivi già da solo ma da noi sei ancora considerato un bambino, a parte il tempo libero in abbondanza non è che fosse poi così una figata avere 18 anni in una cittadina di provincia.
Comunque sia, perchè tutto questo? Perchè gli Ace of Base, rimasti in 3, stanno per tornare, d’altronde questo è l’anno degli anni 90, giusto? Tornano anche se in realtà non si sono mai fermati: sono sempre rimasti in tour in posti un po’ miserabili (Ucraina, Russia, posti così) vivendo di rendita delle cose più vecchie. Ora però hanno in cantiere la pubblicazione in grande stile del remix di Wheel of fortune, un tour mondiale e nel 2009 un nuovo album di inediti. Perfetto, non resta che aspettare anche gli Snap e i Culture Beat e siamo pronti per il ritorno dell’eurodance.
Scritto da Lollodj Mercoledì, 16 Aprile , 2008 alle 11:50
A 48 ore di distanza, dopo averci dormito su un paio di notti, finalmente comincio a metabolizzare la batosta elettorale. Di analisi post voto ne trovate quante volete, di gente molto più preparata di me in materia (qui ne trovate raccolte un po’), quindi non voglio aggiungere altro. Rimane lo sconforto di constatare come l’Italia resti il paese dei molti Don Abbondio pronti a togliersi i cappello per obbedire senza fiatare al potente di turno: che si chiami Mussolini, Craxi o Berlusconi, l’Italia ha un bisogno quasi fisico di un leader populista, paternalista, accentratore, un leader da adorare e idolatrare. Ma è comprensibile, in un paese che ha avuto bisogno di una ditattura per uscire dal medioevo e diventare un paese quasi normale. Resta anche anche la rabbia di vedere l’uomo che ha fatto fortuna riempiendo le sue televisioni di tette e culi facendo crollare il livello culturale medio, vincere e consegnarsi alla storia come un grande statista, mentre uno come Berlinguer verrà accostato a Pol Pot.
Ci aspettano tempi bui in cui probabilmente vedremo sparire il 25 aprile, la cultura ridotta a orpello inutile, la scuola trasformata nell’anticamera di un’agenzia interinale, disgregarsi l’unità dello stato, la CEI e i bigotti dettare le leggi al parlamento, ridicoli dazi doganali contro la Cina che si riveleranno controproducenti (e se la Cina ci restituirà il favore sarà la fine). O magari invece mi sbaglio e tra cinque anni saremo tutti molto più liberi e ricchi e felici. Quello che so per certo è che comunque, col petrolio a 112 dollari, gli USA in crisi e la Cina incazzata, ci aspettano altro che lacrime e sangue.
Basta, ci sarebbero veramente troppe cose da dire e considerazioni da fare, voglio fermarmi qui. Da domani torno agli anni 90, che ho già in mente un paio di post interessanti. Almeno mi distraggo un pò e fino ai primi danni non ci penso più.
Scritto da admin Lunedì, 14 Aprile , 2008 alle 23:20
Per me gli elettori della Lega restano sullo stesso piano quelli che guardano il grande fratello sul telefonino. Non avere un partito di riferimento rappresentato in parlamento mi fa sentire un po’ più solo. Forse è ora di partire.
Scritto da Lollodj Giovedì, 10 Aprile , 2008 alle 16:34
E così sono già passati 14 anni dalla morte di Kurt, volati via, in un attimo. L’uomo che distrusse gli anni 80, al di là di patetici revival o di onesti recuperi delle cose migliori, uno dei pochi artisti veri della scena rock. Vero perché con quel colpo di fucile dimostrò al mondo che non c’era finzione, non c’era un personaggio Kurt Cobain: lui era così, prendere o lasciare. Oggi può sembrare una cosa ovvia ma a 17 anni, abituato ai grandi mestieranti della musica (eravamo pur sempre appena usciti dagli 80), la cosa mi fece girare la testa. Certo, Janis e Ian, ma erano altre generazioni, il modello dell’epoca per me era Axel Rose!
All’epoca non feci nemmeno molto caso alla notizia, in fondo nel rock morire giovani faceva parte del gioco, live fast and die young, giusto? Sulle prime pensai a un’overdose. C’era appena stata Roma e pensai che fosse solo questione di tempo, presto il rock avrebbe avuto il suo ennesimo martire.
Ora, qui nella provincia della provincia dell’impero, non è che si sapesse molto di grunge, alternative, neoesistenzialismo. Sapevamo che improvvisamente la scena californiana era scomparsa: capelli cotonati, fuseaux, canotte leopardate, assoli e urlettini froci, tutto finito.
Di Curt invece sapevamo che era sposato con Courtney Love, che aveva una figlia, roba da tabloid insomma. Poca roba, difatti per anni mi fu difficile inquadrare i Nirvana in una categoria ben definita. Trasmetteva brividi strani, c’era qualcosa di meraviglioso in lui che non afferravo, ma non mi fidavo. Poi finalmente la notizia: suicidio. E questo cambiava tutto, se Kurt fu vittima di un eccesso fu unicamente un eccesso di emozioni e improvvisamente tutto mi apparve chiaro.
Kurt Cobain era nato in un paesino vicino a Seattle, uno squallido borgo industriale dove nascere era una specie di maledizione. Il futuro offriva poche possibilità: fare l’operaio o il commesso di un drugstore, fuggire, impazzire. Provò a fuggire con la sua musica, ma quel mostro dentro di lui non lo mollava. Forse cercava solo l’affetto che non riuscì mai ad avere, una donna sincera, qualche buon amico. Le cose che volevano tutti i ragazzi del mondo insomma, come noi, ma essere una rockstar non aiutava di certo. La Love, beh, lasciamo stare, e quando il tuo conto in banca supera i 6 zeri diventa difficile distinguere gli amici dagli stronzi.
Era un ragazzo solo, come spesso si sentono soli gli adolescenti. Parlava la nostra lingua, ci diceva “fanculo ai posers e al glamour, se nasci nel posto sbagliato, nel modo sbagliato, con i genitori sbagliati, la vita può fare schifo davvero”. Altri lo seguivano a ruota, ma lui quello spleen poco romantico e molto postmoderno lo sentiva davvero. A 17 anni come a 20, come a 26. Fu il segreto del suo successo, ma anche anche la sua maledizione.
Crescendo ovviamente ho superato certe forme di depressione adolescenziale: ora ho un lavoro perfetto una casetta perfetta, una fidanzata perfetta. Tutto perfetto, di una perfezione inquietante che forse in fondo non ho mai desiserato. Sarà per questo che certe sere, magari al freddo nel cuore dell’inverno, prima di dormire mi trovo ancora a canticchiare
I’m not like them
But I can pretend
The sun is gone
But I have a light
The day is done
But I’m having fun
I think I’m dumb
or maybe just happy
Kurt morì solo, come aveva sempre vissuto. Ci ha lasciato le sue canzoni e quell’unplugged stupendo che MTV passa ancora regolarmente almeno un paio di volte al mese, a tarda notte. A volte la telecamera lo inquadra vicino. Sorride e lì, mentre suona le sue canzoni, sembra quasi felice.
Sono in molti a chiedersi per quanto riuscirà ad andare avanti il servizio prima di essere chiuso. E da stamattina il firewall aziendale blocca il dominio Muxtape, dice che è categorizzato come malicious. Brutto segno.
Fare parte della Generazione X non significa essere sfigati. Vuole dire essere in linea con i tempi, con le mode e con i fatti. Implica attenzione, una buona dose di stoicismo, una predisposizione naturale per la disillusione e il sole messicano, e, the last but not the least, la capacità di pensare quotidianamente a una vita diversa.